Nella notte di lunedì 15 giugno ha avuto inizio l’operazione Claw-Eagle del regime Turco di Erdogan contro il Bașûr (Kurdistan meridionale, Iraq), con il bombardamento simultaneo del campo profughi di Makhmour, delle montagne di Qandil e della regione dello Şengal. Ufficialmente l’obiettivo dell’attacco Turco è il Partito dei lavoratori Curdi, ma l’offensiva ha interessato principalmente obiettivi civili e rifugiati sotto la protezione della comunità internazionale, colpendo anche l’ospedale di Zerdest.

Nella mattina di martedì 16 giugno Civaka Azad (Centro Curdo per le Pubbliche Relazioni) ha tenuto una conferenza stampa in cui i rappresentanti locali delle comunità colpite hanno preso parola. Hacı Kaçan, co-presidente dell’assemblea del popolo del campo profughi di Makhmour, ha descritto il clima di violenze e repressione nel quale si inserisce l’offensiva Turca, rivolgendosi direttamente alla comunità internazionale e invitandola a prendere posizione.

Popolo Curdo: una violenza lunga 26 anni

Gli attacchi della Turchia alla popolazione Curda si inseriscono in una lunga storia di violenze, come ricordato dalla co-presidente dell’assemblea del popolo del campo profughi di Makhmour Hacı Kaçan. “Abbiamo una sola colpa, c’è un solo crimine che abbiamo commesso: vogliamo vivere come tutte le altre nazioni sulla terra e godere degli stessi diritti umani. Per avere una vita dignitosa non abbiamo accettato le atrocità, non ci siamo inginocchiati di fronte allo Stato Turco e abbiamo resistito, diventando rifugiati nel Sud del Kurdistan e nel Nord dell’Iraq così da essere in grado di condurre la nostra vita con dignità. Al momento stiamo vivendo in una piccola città chiamata Makhmour e siamo rifugiati riconosciuti sotto la protezione dell’Unhcr, del governo Centrale di Baghdad e del governo regionale del Kurdistan”.

Negli ultimi anni la pressione subita dai rifugiati Curdi ha continuato a crescere, sotto il fuoco incrociato degli attacchi Turchi, della guerra all’Isis e dell’embargo imposto dal Governo Regionale del Kurdistan. All’interno di questa cornice di oppressione e violenza, negli ultimi mesi si è aggiunto il peso della crisi Coronavirus. “Noi siamo venuti qui per vivere una vita dignitosa – commenta Hacı Kaçan– abbiamo pagato un prezzo molto alto per essere in grado di vivere una vita onorevole e non torneremo indietro e non rinunceremo. Abbiamo vissuto in pace, non abbiamo avuto problemi con i nostri vicini né abbiamo mai violato le leggi del governo Iracheno. Abbiamo vissuto così, e continueremo a vivere in questo modo. Ma dovrebbero sapere che questa repressione e queste atrocità non ci faranno arrendere e non ci impediranno di vivere una vita dignitosa”.

La responsabilità internazionale

Di fronte all’ennesimo attacco da parte della Turchia, il popolo Curdo torna a richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità. “A causa dell’indifferenza delle Nazioni Unite, del governo di Baghdad e del governo regionale del Kurdistan l’atrocità degli attacchi Turchi non si è mai fermata. Queste autorità dovrebbero proteggerci – denuncia la rappresentante del campo profughi – siamo sotto la loro protezione. Ma a causa della loro indifferenza e del loro silenzio la Turchia continua ad attaccarci. Il cosiddetto mondo occidentale democratico, l’Unione Europea, e tutti gli altri Paesi che si presentano come democratici e promotori dei diritti umani stanno rimanendo in silenzio nonostante questi attacchi a causa dei loro interessi economici nella Regione. Questa è una vergogna per tutti loro e per tutti i valori che dovrebbero rappresentare. Chiediamo al mondo occidentale perché rimangono in silenzio di fronte a un tale livello di ingiustizia e alla violazione dei diritti umani. Così come lo chiediamo al governo Iracheno, che tace anch’esso davanti a questi attacchi, nonostante violino la sua sovranità di stato indipendente”.

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Servizio a cura di Piera Stefanini (Redazione Occhio Vigile) e Anna Uras