Dopo un’opposizione online, anche attraverso una petizione che ha superato le tremila firme, domani, sabato 6 febbraio, la battaglia contro la cementificazione di suolo agricolo che si avrebbe qualora il progetto del Polo Logistico di Altedo andasse in porto si svolgerà “sul campo”.
Le diverse realtà che si oppongono al progetto, dall’associazione “Primo Moroni” a Legambiente e Wwf, daranno infatti vita ad un presidio in campagna, in prossimità dei terreni che dovrebbero essere sacrificati per lasciare spazio ai capannoni.

Polo Logistico, il presidio tra le risaie

Alle 11.00 di domani, 6 febbraio, le realtà interessate dalla mobilitazione si incontrano per realizzare un flash mob a base di “risate” di protesta sul posto e per visitare le risaie e zone umide limitrofe che rischiano di scomparire per sempre. L’area oggetto dell’intervento, infatti, consiste in terreni agricoli e risaie ancora attive, le ultime rimaste nel territorio della pianura a nord di Bologna.
«Siamo realtà con sensibilità diverse – osserva ai nostri microfoni una delle organizzatrici – ma unite da un comune intento: la salvaguardia, la tutela di questi luoghi e delle persone che ci vivono».

Nelle ultime settimane, man mano che montava la protesta contro il Polo Logistico, i sostenitori del progetto hanno preso parola a più riprese. Da un lato Monia Giovannini, la sindaca di Malalbergo, il Comune interessato dall’intervento, che in un post infuocato ha attaccato duramente gli ambientalisti, sostenendo che fossero persone benestanti e garantite, mentre lei avrebbe a cuore la questione del lavoro e dell’occupazione che il polo potrebbe creare. Dall’altro lato le dichiarazioni di Aprc, l’immobiliare di Lione che dovrebbe realizzare l’intervento urbanistico, che ha sostenuto che la cementificazione prodotta sarebbe comunque ecologica. La società immobiliare ha fatto anche riferimento ad un preaccordo che avrebbe siglato con Sis, la società agricola proprietaria dei terreni, che verrebbero sacrificati perché non più produttivi.

«A noi non risulta che i terreni siano improduttivi – replica l’attivista – anzi, a noi risulta che in quei campi si faccia anche ricerca per le sementi. Si può dire quello che si vuole, anche che l’intervento sarebbe green, ma quello che conta sono i fatti». I fatti, allo stato attuale, riguardano la collocazione stessa del Polo Logistico, non raggiunto dalla ferrovia ma in prossimità di un casello autostradale. L’incremento del traffico dei camion e della mobilità privata di chi ci lavorerà porterà dunque un peggioramento della qualità dell’aria e impermeabilizzerà terreni aumentando il rischio idraulico, in un territorio più complessivo che nel recente passato ha registrato alluvioni e allagamenti.

«C’è poi la questione del lavoro – aggiunge l’organizzatrice – Nel territorio le vertenze dei sindacati di base e del Coordinamento Migranti di Bologna hanno insegnato che il lavoro che offre la logistica è sostanzialmente un lavoro mal retribuito, un lavoro precario e un lavoro che non rispetta la dignità delle persone». A queste argomentazioni, Legambiente aggiunge quello che potrebbe accadere in un futuro non così lontano, quando i processi di automazione che stanno procedendo velocemente potrebbe ridurre ulteriormente il reale numero di occupati.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD UNA DELLE ORGANIZZATRICI:

Articolo precedenteLe Frequenze di Tesla sono gli ospiti della decima puntata di The Show Must Go On
Articolo successivoLa Valsusa come la Bosnia, migranti bloccati sotto la neve