Il “Piano Colao” elaborato dalla task force appare come un documento “sciatto”, scritto da “gente annoiata che parla e scrive da poltrone di pelle” tanto è grande il distacco tra i contenuti e le proposte da un lato e la realtà dall’altro.
Non è tenera l’economista Marta Fana nel commentare il lavoro dei 15 esperti nominati dal governo per elaborare una strategia di rilancio dell’Italia dopo l’emergenza Covid. E sottolinea come l’unica parte dettagliata del documento sia quella a favore di un gruppo di interesse specifico: le imprese.

Piano Colao: il compitino pieno di buchi

Il piano è dettagliato su cosa fare a favore delle imprese – sottolinea Fana ai nostri microfoni – mentre diventa fumo negli occhi quando si parla di lavoro, di welfare o di sanità. È tutto impostato sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione, quando nei mesi scorsi il problema drammatico è che mancavano i posti letto negli ospedali”.
Per Fana a mancare è soprattutto un serio dettaglio sui tempi di realizzazione delle proposte, sul come e sul quando. “Non c’è un numero, non c’è un appiglio”, sottolinea.

Le dimenticanze non sono poche. Ad esempio quando si parla di contrasto all’evasione fiscale e di lavoro sommerso. L’economista evidenzia l’assenza di ogni riferimento ai sei miliardi di evasione contributiva delle imprese, mentre si propone il solito condono degli evasori che possono patteggiare con lo Stato.
Allo stesso tempo, il documento sembra colpevolizzare chi lavora in nero, quando il problema è l’estrema vulnerabilità della loro situazione.

Piano per il lavoro: assente

Un grande assente dal documento è un vero piano per il lavoro. Ad esempio attraverso una strategia che, vista la situazione, imponga delle tutele e delle rigidità contrattuali e salariali. L’unica proposta contenuta è quella di aggirare il Decreto Dignità e consentire il rinnovo dei contratti a termine che, dai dati del primo giugno, risultano in gran parte (35%) inferiori ad un mese.
“La frase che mi ha fatto saltare il sangue al cervello nel documento – osserva Fana – è quella in cui si dice che le persone che rimarranno schiacciate dalla crisi sono quelle che non hanno competenze, come se i medici specializzandi o gli infermieri cottimisti non avessero competenze”.

La realtà, ribadisce l’economista, è che il nostro sistema produttivo negli ultimi decenni si è spostato su una produzione che richiede una manodopera non specializzata, poiché ha scelto di non investire e non spingere la produttività attraverso processi di innovazione.

Un’idea di welfare “ridicola”

Anche il capitolo relativo al welfare incontra critiche. Nel documento, infatti, non sembra essere inteso come servizi sanitari, casa o istruzione. Si parla invece di favorire l’inclusione attraverso presidi di welfare di comunità, ma ancora una volta senza spiegare come investire o come superare il patto di stabilità interno che vincola i Comuni e gli altri Enti Locali.
“Addirittura si risolve la questione della fragilità psicologica delle famiglie proponendo un bonus di quattro sedute dallo psicologo”, osserva indignata Fana.

A proposito di istruzione, inoltre, una delle proposte contenute nel documento della task force prevede il finanziamento delle scuole attraverso risorse di privati e aziende con i social bond. Un’idea che vede la scuola come mero strumento funzionale al mercato, senza considerare che “il privato investe solo dove può fare profitti”, sottolinea l’economista. Mentre l’istruzione deve restare pubblica ed ha un valore in sè.
Sull’Università, in particolare, si propone di concentrare i ricercatori più validi in poli d’eccellenza, “ma il risultato sarebbe quello di desertificare il tessuto nazionale accademico – continua Fana – come del resto si è già cominciato a fare distribuendo risorse in base all’eccellenza degli Atenei, cosa che ha creato grandi disuguaglianze nei territori”.

Beni culturali e turismo

Grande rilevanza nel documento della task force hanno l’arte e i beni culturali italiani, indicati come il dna del Paese e occasione per il turismo. “Si dice che occorre attirare capitali esteri per dare vita anche a musei privati – osserva Fana – quando è proprio la privatizzazione di questo comparto che ha prodotto la dismissione, la non manutenzione, l’aumento dei prezzi”.
Anche in questo settore si parla di upskill di competenze, cioè di una maggiore qualificazione degli operatori. “Esistono però decine di migliaia di laureati, dottorati e specializzati proprio in questo campo che vengono impiegati come volontari coatti”, sottolinea l’economista.

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