È stato presentato stamattina Period, un think tank femminista e dal respiro internazionale con sede a Roma e a Bologna, mirato all’abbattimento della disuguaglianza di genere nel nostro Paese, a partire dagli open data.
La raccolta e il report dei dati costituisce il carico innovativo di questa associazione, che non vuole più restare impreparata, soprattutto adesso che in ballo c’è Recovery Fund.

Un think tank femminista che parte dai dati

In questo contesto economico e sociale drammatico, il Next Generation Eu si prefigura come l’opportunità per ridisegnare politiche capaci di sradicare un gender-gap strutturale. E Period, con la campagna #idaticontano​, vuole rivoluzionare il modo di fare politica, a partire dall’accesso libero ai dati sull’impatto di genere.
La raccolta dati è uno strumento basilare nella società di oggi, eppure persiste in Italia una cultura insufficiente a rendere conto del suo potenziale. È da questa mancanza che parte il progetto Period, un think tank femminista impegnato ad abbattere il gender-gap sistemico, a partire da un’azione concreta: il data feminism.

Il movimento, battezzato questa mattina, vuole aprirsi al panorama internazionale. Questo si evidenzia non solo dalla scelta del nome che, attraverso l’accezione inglese, riesce a tenere insieme «ciclo mestruale, ciclo come periodo e come punto e basta», spiega una delle sue fondatrici, Giulia Sudano.
Ma più in generale, a dare un’impronta internazionale al progetto è il tipo di approccio ai problemi economici, politici e sociali che si vuole adoperare.
«Il think-tank – spiega Sudano – rimanda ad una pratica, usata poco in Italia e di più all’estero, di unire conoscenze specifiche alla legislazione, cercando di fare informazione e sensibilizzazione su una serie di temi verso opinione pubblica ed istituzioni».

Il punto di vista del movimento è che l’informazione non può prescindere dai dati, gli unici in grado fotografare la realtà nel Paese.
E i dati di oggi sono allarmanti: tra chi ha perso il lavoro durante la pandemia 99mila persone su 101mila sono donne, che in percentuale sono comunque meno occupate rispetto agli uomini.
Per questo è necessaria una campagna innovativa che consideri il data discovery il punto di partenza per le politiche di genere.
La campagna #idaticontano chiede alle istituzioni locali la pubblicazione dei dati che misurano il divario di genere nelle politiche economiche. Richiesta a cui il Comune di Bologna ha già aderito, come confermato dall’assessore regionale alle Pari opportunità Susanna Zaccaria, presente alla conferenza.

«Il primo obiettivo – prosegue Sudano – è avere dati aperti, di qualità e disaggregati per genere».
La richiesta che Period fa alle istituzioni locali è maggiore competenza nella raccolta dati, nel saperli individuare in ogni angolo del sistema, e di considerarli in generale patrimonio pubblico.
«Senza – continua l’attivista – è difficile prendere decisioni politiche che possano rispondere efficacemente ai problemi, se non sappiamo esattamente le connotazioni».
Ma accanto alla pubblicazione dei dati e della loro raccolta «il secondo obiettivo è inserire la valutazione di impatto di genere a monte di qualsiasi pianificazione normativa e a livello istituzionale».

«Il senso politico è porsi la domanda su quale sarà l’impatto sugli uomini e sulle donne, se ci sarà, e se ci saranno delle differenze e, considerando il paese in cui siamo, quali sono le azioni più efficaci per eliminare queste discriminazioni». Domande che, vuole sottolineare il movimento, «vanno poste nella pianificazione iniziale e non fare delle valutazioni finali» che non porterebbero ad un cambiamento.

Questa è la sfida che lancia Period e a cui vuole invitare tutte le associazioni che si occupano del tema.
Bisogna «fare richieste puntuali – prosegue l’attivista – e avere coraggio perché questo è un momento decisivo. Il riferimento è ovviamente al Next Generation Eu e alla fase di ripartizione delle risorse che nei prossimi mesi potrebbe essere decisiva.
«Non possiamo più aspettare per l’utilizzo di questo strumento, arriveranno tanti miliardi e contributi dal fondo europeo – conclude l’attivista – Ci auguriamo di lavorare con altri territori per riuscire a far prendere questa decisione importante e rivoluzionare il modo di fare politiche a monte delle nostre istituzioni».

Emily Pomponi

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