2500 braccianti africani vivono in condizioni precarie e lavorano sul filo dello schiavismo per garantire che la passata di pomodoro condisca la nostra pasta. È quanto continua ad avvenire a Rignano Garganico, dove per il quarto anno Amisnet è tornata con Radio Ghetto.

Nel Paese dove la legalità viene spesso sbandierata per giustificare la repressione, c’è un buco nero dove quasi nessuna istituzione mette il naso. Si trova a Rignano Garganico, in provincia di Foggia, dove ormai da anni ogni estate si forma un ghetto di migranti, una baraccopoli autocostruita per permettere ai braccianti africani di avere un tetto dove trascorrere la notte dopo un’estenuante giornata di lavoro.
Il lavoro è quello nei campi, per la raccolta di pomodori che continua, dopo il caso-Rosarno e molti altri simili, a rappresentare una forma di sfruttamento.

Sono 2500 le persone che abitano nel Ghetto di Rignano Garganico nell’estate 2015. Rispetto all’anno scorso sono cresciute esponenzialmente le baracche e sono aumentati anche gli pseudo-ristoranti, le botteghe e più in generale l’economia informale all’interno della baraccopoli stessa. A popolarla sono migranti, spesso giovani e altrettanto spesso presenti da poco sul suolo italiano. Molti sono arrivati nel ghetto direttamente dai centri di accoglienza nei queli erano stati dirottati dopo essere sbarcati in Italia. Principalmente sono cittadini del Mali, del Senegal o della Nigeria, ma la manodopera proviene un po’ da tutti i Paesi dell’Africa occidentale.
“Ogni giorno la Regione rifornisce di acqua potabile il ghetto – racconta ai nostri microfoni Marco Stefanelli di Amisnet – Tanto per dare un’idea, sono 70mila i litri di acqua che vengono consumati quotidianamente e comunque non sono sufficienti”.

Nella baraccopoli, da ormai quattro anni, l’agenzia giornalistica Amisnet ha dato vita a “Radio Ghetto “, un’emittente che dà voce ai braccianti, che raccontano i loro problemi quotidiani e le loro storie.
Un megafono che si rende necessario perché i cittadini italiani della zona sono (o fingono di essere) completamente all’oscuro di quanto avviene nel ghetto. “Addirittura i carabinieri e i vigili del fuoco ci chiedono cos’è il ghetto – racconta il giornalista di Amisnet – mentre la popolazione locale si lamenta per la presenza di tanti neri nei paesini, ma non si chiede qual’è la causa”.

3, al massimo 3,5 euro è il prezzo che viene pagato per ciascun cassone da 300 kg di pomodori raccolti. Un lavoro a cottimo che rasenta lo schiavismo, con condizioni di lavoro durissime, che hanno già portato alla morte di tre braccianti.
Sui media italiani si è tornati a parlare del problema a causa della morte di una donna italiana, avvenuta proprio nei campi di pomodori nel luglio scorso.
“In realtà le condizione che vivono i braccianti migranti oggi – afferma il giornalista – sono le stesse che, fino a 10 o 20 anni fa, subivano le donne braccianti italiane”.

Il lavoro nei campi è sempre gestito dai caporali, i quali chiedono 5 euro al giorno per il trasporto dei braccianti sui campi e una quota che oscilla tra i 50 cent e 1 euro a cassone raccolto. Non solo: per il disperato bisogno di lavorare, le persone sono disposte ad accettare ulteriori ribassi, innestando una guerra fra poveri.
La figura del caporale è complessa – spiega Stefanelli – non può essere raccontata in modo semplicistico. Spesso i braccianti non la considerano in modo negativo e, anzi, spesso manifestano atteggiamenti di servilismo nei confronti del caporale, perché è quello che decide chi lavora e chi no”.

I braccianti stessi osservano che, se le aziende fossero organizzate meglio, se facessero ricorso ai centri per l’impiego o ai sindacati, il fenomeno del caporalato non esisterebbe.
Resta da capire quanto c’entri la disorganizzazione o quanto, invece, la volontà di restare in circuiti illegali, per risparmiare sul prezzo della manodopera. Quel che è certo, invece, è che ad essere implicate sono quasi tutte le aziende italiane che si occupano della trasformazione dei pomodori. “Quando al supermercato compriamo la passata e sull’etichetta leggiamo che è stata prodotta a Foggia – continua Stefanelli – dobbiamo essere consapevoli che non è stata raccolta dal contadino col cappello di paglia e le maniche della camicia arrotolate, ma da braccianti africani sfruttati”.

Ed è qui che veniamo chiamati in causa tutti noi. Con i nostri consumi spesso non facciamo altro che alimentare un sistema, quello della produzione industriale di pomodori, basato sullo sfruttamento.
“Esistono alcuni progetti che vanno in controtendenza – sottolinea il giornalista – come la passata ‘Sfruttazero‘ o ‘Funky Tomato’, ma sono piccole esperienze, se si confrontano al grande mondo della Grande Distribuzione Organizzata e dell’agricoltura industriale”.
Una possibile prima alternativa è rappresentata dai gas, i gruppi di acquisto solidale, anche semplicemente per il fatto che il consumatore, prima di acquistare, verifica le condizioni di produzione all’interno dell’azienda.