L’accordo tra Turchia, Svezia e Finlandia per rimuovere il veto all’ingresso delle ultime due nella Nato alza il velo sulla falsa coscienza occidentale in materia di diritti umani e autodeterminazione dei popoli. La facilità con cui i due Paesi nordici hanno svenduto il destino dei rifugiati curdi del Pkk sul loro territorio conferma ancora una volta che la protezione internazionale non è un principio universale, ma oggetto di trattative e merce di scambio sull’altare geopolitico.
In questo modo appare chiaro che i diritti umani siano né più né meno che un’arma propagandistica da brandire quando c’è da giustificare una guerra o da mettere all’indice un dittatore uscito dalle grazie dell’Occidente, mentre con altri dittatori, altrettanto cruenti, si continua a intrattenere relazioni di comodo.

I curdi usati e abbandonati dall’Occidente

L’inserimento del Partito dei Lavoratori curdi (Pkk) nella lista delle organizzazioni terroristiche è una storia che merita di essere raccontata. Tutto comincia nel 2002, quando gli Stati Uniti di George W. Bush, in piena “war on terror” seguita agli attentati dell’11 settembre 2001, esercita pressioni sui partner europei per considerare il Pkk un’organizzazione terroristica.
Il diritto europeo, però, non la pensa così e ci sono ben due sentenze che considerano illegittimo l’inserimento del Pkk nella lista. In particolare, nel 2008 il Tribunale dell’Ue accoglie un ricorso contro la decisione dell’Europa stessa di considerare il Pkk organizzazione terroristica. Dieci anni dopo, nel 2018, è invece la Corte Europea a sentenziare l’irregolarità dell’iscrizione fra il 2014 e il 2017.

Attorno ai curdi e al Pkk, però, le controversie internazionali cominciano qualche anno prima e coinvolgono direttamente l’Italia. Nel 1998, in seguito a una contesa territoriale tra Damasco e Ankara, il leader del Pkk Abdullah Öcalan è costretto ad una fuga per evitare l’estradizione in Turchia. Prima ripara in Russia, ma è costretto a lasciare il Paese dopo pochi giorni. Nell’odissea del suo viaggio alla ricerca di asilo politico, Öcalan arriva anche in Italia il 12 novembre 1998 accompagnato dal deputato di Rifondazione Comunista Ramon Mantovani. Sperando di ottenere asilo politico, il leader del Pkk si consegna alla polizia italiana. Inizialmente il presidente del Consiglio di allora, Massimo D’Alema, sembra intenzionato a concedere protezione ad Öcalan, ma la minaccia di boicottaggio verso le aziende italiane in Turchia lo spinge a ripensarci.

Il leader del Pkk fu quindi convinto a rifugiare in Kenya, Paese in cui fu intercettato dai servizi segreti turchi e immediatamente portato in Turchia su un volo messo a disposizione da un imprenditore turco. Da allora è rinchiuso nel carcere sull’isola di Imrali, dove sconta una pena capitale convertita in ergastolo.
A più riprese i curdi hanno chiesto di conoscere le condizioni di salute di Öcalan, ma la sulla prigionia dell’uomo non si hanno notizie certe.

Diritti umani in Turchia: l’Occidente fa finta di non vedere

Sul mancato rispetto dei diritti umani in Turchia ci sono pochi dubbi. Il Paese nel 2021 teneva rinchiusi nelle proprie carceri ben 67 giornalisti, mentre la repressione voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan dopo il tentato golpe del 2016 ha portato a violenze ed arresti indiscriminati in tutti coloro che non aderivano fedelmente al regime.
Ma è sul popolo curdo che la repressione di Ankara si accanisce con particolare veemenza. Al punto che, per fare la guerra ai curdi, Erdoğan non ha problemi ad invadere anche altri Paesi, come è accaduto in Iraq nella totale indifferenza della comunità internazionale, che sulle invasioni di Paesi stranieri adotta i proverbiali due pesi e due misure.

Anche in territorio siriano le forze armate turche sono intervenute più volte per attaccare i curdi. Nel 2018 l’operazione dal nome cinicamente ironico “Ramoscello d’ulivo” attaccò Afrin, nella Siria settentrionale. L’operazione ha portato all’occupazione delle forze armate turche di tutto il territorio adiacente al confine precedentemente occupato dallo Ypg, per un totale di 282 città e villaggi.
Tutto ciò avveniva mentre i miliziani curdi erano impegnati a combattere l’Isis, in accordo con la coalizione internazionale che annoverava sia Stati Uniti che Russia.
L’aggressione militare anche fuori dai propri confini per sterminare i curdi è un must della Turchia. “Ramoscello d’ulivo” è stata preceduta nel 2017 dall’operazione “Scudo dell’Eufrate” e seguita dalle operazioni “Scudo del Tigri” e “Artiglio” in Iraq e da quella “Sorgente di pace” in Rojava.

Svezia e Finlandia non sono i primi Paesi occidentali a sacrificare la causa curda sull’altare degli interessi geopolitici. Il loro ingresso nella Nato viene dopo l’accordo con l’Ue che Erdoğan siglò nel 2016 per bloccare i flussi migratori di persone in fuga dalla guerra in Siria. Un accordo che ha esposto l’Europa ai ricatti della Turchia e ha rafforzato la posizione del presidente Erdoğan, che in questo modo ha potuto vantare in patria un ruolo di primo piano a livello internazionale.
Dalla Turchia all’Egitto del golpista Al Sisi, arrivando anche alla Libia e ad altri Stati africani retti da dittatori, la storia degli accordi indicibili dell’Occidente è molto nutrita. Eppure i temi della democrazia, della libertà e dei diritti umani vengono ugualmente utilizzati in presunti scontri di civiltà, come quello che vede contrapposti Occidente e Russia dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

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