La città di Bologna si appresta a scendere in strada per un corteo che chiede la liberazione di Patrick Zaki, lo studente del master in gender studies all’Alma Mater arrestato in Egitto. Sabato scorso, durante un’udienza, le autorità egiziane hanno negato la scarcerazione del giovane, che quindi rimane in stato di detenzione.
A scendere in piazza, oggi pomeriggio, sarà tutto il mondo accademico, studenti, docente e dirigenza dell’Università, insieme al Comune di Bologna rappresentato dal sindaco Virginio Merola e ad una vasta rete di associazioni e realtà cittadine. Tra queste anche Làbas che, pur garantendo la propria presenza in corteo, chiede all’Università di fare un passo concreto per protestare contro l’arresto del giovane interrompendo un progetto che svolge in collaborazione con Eni proprio in Egitto.

Patrick Zaki, la richiesta di Làbas

Tre anni fa, durante il G7 Ambiente che si svolse proprio in territorio bolognese, fu firmato un accordo tra l’Università di Bologna ed Eni: la “partnership strategica” vede l’università impegnata in progetti di ricerca e sperimentazione per lo sviluppo dello Zohr.
“È infatti solido e avviato il rapporto commerciale che vede coinvolti Eni e il governo egiziano nell’affare miliardario del giacimento di gas naturale più grande mai scoperto in Egitto e nel Mediterraneo, lo Zohr – scrive Làbas – Eni, de facto sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze (anche attraverso Cassa Depositi e Prestiti spa), detiene il 50% del totale dell’affare”. Secondo Eni stessa, “il giacimento potrà garantire la soddisfazione totale della domanda egiziana di gas naturale per decenni, rispondendo al 65% dei consumi energetici del Paese che ha in programma di diventare un hub regionale di riesportazione di gas naturale liquefatto”.

Oltre al progetto che vede direttamente coinvolta l’Università di Bologna, inoltre, il centro sociale evoca tutta un’altra serie di rapporti commerciali con il regime egiziano, non ultima l’esportazione di armi che l’Italia effettua, che nei prossimi anni dovrebbe fruttare alle aziende italiane una cifra che si aggira attorno ai 9 miliardi di euro.
Di qui la richiesta, sia al rettore Francesco Ubertini che al ministro Luigi Di Maio di fare qualcosa di più: colpire gli interessi economici dell’Egitto.

“Al Rettore Ubertini che nei giorni scorsi ha dichiarato, ‘tagliare i rapporti con l’Egitto? Ora servono ponti’, e a Di Maio che ha dichiarato che non si può prescindere dalla presenza dell’ambasciatore italiano in Egitto per tutelare i diritti umani, chiediamo di fare qualcosa in più – scrive il centro sociale – colpire il regime di Al Sisi (che tiene nelle proprie carceri migliaia e migliaia di detenuti politici oltre Patrick) dove si sente più minacciato, ovvero nel portafogli. I ponti che che vanno costruiti sono quelli con il popolo che lotta per la propria libertà, non con gli apparati di Stato e le aziende complici della dittatura”.
“Non si possono tenere i piedi in due scarpe – afferma ai nostri microfoni Guglielmo di Làbas – Non si può schierarsi contro la violazione dei diritti umani e al tempo stesso mantenere in piedi gli interessi economici”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GUGLIELMO: