Patrick Zaki, lo studente egiziano che frequenta il master in gender studies dell’Università di Bologna, potrebbe essere stato arrestato per il suo sostegno alla causa lgbtq+. O almeno è questo uno dei pretesti che emergono dalla linea che i media egiziani di regime stanno tenendo contro lo studente e attivista. Su alcune tv e siti cairoti, infatti, Zaki è accusato di voler portare “il caos” o “la perversione” attraverso il suo sostegno all’omosessualità.

Patrick Zaki e il fango mediatico egiziano

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, a firma dell’inviato al Cairo Francesco Battistini, viene ricostruito il discredito che i media egiziani cercano di gettare sullo studente dell’Università di Bologna. Sia sulla rete televisiva Ten Tv che sul sito Sada, ad esempio, le accuse rivolte a Zaki riguardano il sostegno alla causa lgbtq+ che, a detta degli anchorman e dei giornalisti, avrebbe lo scopo di portare il caos, la prostituzione e la perversione nel Paese.

In particolare, lo studente viene associato alla figura di Hossam Bahgat, attivista per i diritti umani licenziato ai tempi di Mubarak per aver difeso il Queen Boat, una barca sul Nilo che fungeva da night club gay. Bahgat è stato poi arrestato da Al Sisi ed è uno dei fondatori dell’Egyptian Initiative for Personal Rights, in cui milita anche Patrick.

La solidarietà della comunità bolognese

“Chiunque venga imprigionato sotto il regime di Al Sisi per motivi legati alla morale sicuramente incontra il nostro supporto”, afferma ai nostri microfoni Babs, attivista del Laboratorio Smaschieramenti, una delle realtà del mondo lgbtq+ bolognese.
L’attivista sottolinea come la questione del genere e degli studi fatti da Patrick faccia fatica a fare breccia anche su alcune testate italiane, che preferiscono parlare genericamente di diritti umani.

Il Laboratorio Smaschieramenti ha aderito alle proteste e alle manifestazioni per chiedere la liberazione di Patrick, che hanno anche lo scopo di “fare arrivare a Patrick un messaggio di solidarietà, vicinanza e complicità”, rimarca l’attivista, per cui occorre anche “studiare delle strategie che abbiano efficacia, considerato che sotto il regime di Al Sisi le persone lgbt vengono imprigionate con accuse simili a quelle che vengono addebitate a Patrick, come l’eversione dell’ordine morale ed di aver infranto una serie di leggi”.

La matrice omofoba esiste anche in Italia

Nel suo intervento, Babs sembra mettere in guardia dal considerare il problema dell’omofobia come un’esclusiva egiziana.
Se è vero che in Italia le persone lgbtq non vengono imprigionate e torturate, è altrettanto vero che negli ultimi anni abbiamo assistito all’emergere di movimenti fondamentalisti e omotransfobici.

“Innanzitutto c’è stata l’invenzione dei gruppi teocon del termine ‘ideologia del gender’, che è addirittura finito su documenti ufficiali della scuola pubblica – sottolinea l’attivista – Poi abbiamo avuto Pillon, abbiamo avuto il congresso mondiale delle famiglie in Italia e da poco si è costituita una nuova formazione teocon che vuole denunciare in modo anonimo, attraverso una linea telefonica, la presenza del gender nelle scuole”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A BABS: