Può sembrare marginale rispetto al dramma che la pandemia sta provocando con centinaia di morti ogni giorno, ma la narrazione bellica dell’emergenza coronavirus è un indizio su cui bisogna prestare molta attenzione per capire quello che può succedere dopo. Se l’attentato dell’11 settembre 2001 in un solo Paese, gli Stati Uniti, ha sconvolto l’assetto mondiale con la “war on terror” e il “Patriot Act”, il potenziale della crisi sanitaria globale sulla compressione dei diritti e della democrazia non è un elemento da sottovalutare.
A suggerirlo è un’analisi della giornalista Lucia Capuzzi pubblicata su Avvenire, che passa in rassegna le narrazioni e i provvedimenti che diversi Paesi nel mondo stanno adottando in questo momento.

Pandemia come guerra a un nemico invisibile

Già ve lo avevamo riportato: in uno dei suoi discorsi alla nazione il presidente francese Emanuel Macron ha utilizzato per ben 15 volte la parola “guerra” nel descrivere gli sforzi dello Stato nell’affrontare l’emergenza legata al coronavirus. Riferimenti analoghi sono stati da un altro leader di una potenza mondiale, il presidente statunitense Donald Trump.
Oltre alle parole, ci sono contesti dove le autorità sono passate ai fatti, con chiusure e coprifuoco totali, i militari presenti nelle strade ma soprattutto con dispositivi di controllo, come il tracciamento gps degli spostamenti delle persone, al fine di contrastare i contagi. È successo in Corea del Sud, sta per accadere in Israele e questo tema è spuntato anche in Itali. Il rischio però è che, passata la bufera, queste pratiche possano continuare.

Per descrivere il pericolo che la democrazia e i diritti stanno correndo, Capuzzi, nel suo articolo intitolato “I militari per strada: il rischio è che poi ci restino”, utilizza un termine mutuato dalla fisica: istèresi. Si tratta del “fenomeno per cui un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina”. Una metafora che, applicata al presente, rende bene l’idea della posta in gioco.

La cifra della giornalista non è complottista o catastrofista. Capuzzi afferma infatti che “in Paesi dalla solida tradizione democratica, i provvedimenti eccezionali sono previsti dalle Costituzioni in caso di situazioni gravi come quella attuale. Gli anticorpi sociali e politici dovrebbero, dunque, essere in grado di superare senza troppi traumi la parentesi”. Il problema, dunque, è più vivo in quei Paesi dove i governi “tendevano a stiracchiare a proprio piacimento istituzioni e garanzie individuali”.
Ciononostante, è altrettanto vero quanto afferma Scott Radnitz, politologo della Washington University, secondo cui quando un governo sviluppa nuove forme di controllo sociale, fa molta fatica a tornare sui suoi passi.

Ad aggravare ulteriormente la situazione è la sfiducia che in questa fase storica le persone nutrono nei confronti della democrazia. Questo si traduce sia nella simpatia per figure autoritarie al potere, sia nella caccia all’untore, nell’individuazione di un capro espiatorio sempre e comunque.
“Quello che occorrerebbe adesso è l’esatto contrario – osserva Capuzzi ai nostri microfoni – Intanto occorre dire che non siamo in guerra perché al virus non si può sparare, ma soprattutto quello che occorre è la coesione sociale e la solidarietà, che possono aiutare oggi a ridurre al più breve tempo possibile l’emergenza socio-sanitaria e domani a prendersi cura delle persone che saranno state più colpite, come quelle che perderanno il lavoro”.

La giornalista, in questo senso, cita alcuni studi che dimostrano come una risposta coesa e solidale sia più efficace di una risposta di forza. Un esempio riguarda l’epidemia di Ebola, che in Congo è durata un anno e mezzo, mentre in Liberia è durata solo tre settimane proprio perché la popolazione ha reagito in modo coeso e solidale.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LUCIA CAPUZZI: