Sono 500, secondo fonti locali, i palestinesi arrestati nel corso delle operazioni dell’esercito di Tel Aviv, impegnato nella ricerca dei 3 giovani coloni israeliani scomparsi due settimane fa in Cisgiordania. I palestinesi, tra i quali si contano anche 5 morti, si sentono vittime di una punizione collettiva.

Continua l’operazione dell’esercito israeliano in Cisgiordania per ritrovare i tre giovani coloni scomparsi 2 settimane fa. I territori occupati sono teatro da giorni di rastrellamenti casa per casa, che hanno prodotto finora 500 arresti (molti in detenzione amministrativa, senza, dunque, alcuna accusa) e 5 morti tra la popolazione palestinese (tra cui un bambino di 14 anni). L’operazione di dimensioni gigantesche, e che ricorda per certi versi le ratonnades francesi in Algeria, sta bloccando fisicamente e prostrando la popolazione che vive i rastrellamenti come una sorta di punizione collettiva.

Per il momento, non ci sono tracce dei tre giovani coloni scomparsi, e non ci sono prove che si tratti di un rapimento, come ci conferma Rosa Schiano, fotoreporter e attivista dell’Intanational Solidarity Movement. Il governo israeliano ha subito accusato il movimento islamico Hamas del rapimento, ma gli islamisti hanno negato ogni tipo di coinvolgimento. Lo stesso primo ministro israeliano ha chiesto al leader di Fatah, il partito che governa l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, Abu Mazen, di prendere le distanze da Hamas, con il quale da mesi è in corso un difficile riavvicinamento, che sembrava potere giungere ad una conclusione unitaria. 

Tra i risultati dell’operazione lanciata da Tel Aviv per ritrovare i coloni scomparsi, ci sarebbe però, la decapitazione del movimento politico islamista che tiene le redini della Striscia di Gaza. Proprio ieri, da Gaza, sono partiti due razzi verso Israele, che ha risposto con un attacco dell’aviazione che, nella notte, ha colpito la striscia, senza fare vittime a quanto pare.

Palestina: l’accordo pericoloso

Tra chi si interroga sul motivo di un’operazione così vasta, c’è chi considera proprio la ritrovata unità del popolo palestinese con l’accordo Hamas-Fatah, come la chiave della questione. “Fino al momento della scomparsa dei coloni, le cose stavano andando bene, si era formato un governo transitorio di unità nazionale e si sarebbe arrivati a nuove elezioni entro 6 mesi. Il nuovo esecutivo aveva ricevuto la fiducia della comunità internazionale. Era un momento importante e pieno di speranza per i palestinesi. Questa fiducia internazionale, però -conclude Rosa Schiano- non era ben vista dal governo israeliano.”