Dopo dieci anni dalle riprese di “Tomorrow’s Land” (2011), che raccontava della resistenza nonviolenta del villaggio di At-Tuwani, in Palestina, il registra Nicola Zambelli e il team produttivo di Smk Factory, casa di produzione indipendente di Bologna, tornano nei territori occupati per le riprese di un nuovo documentario, questa volta incentrato su una nuova generazione di giovani combattenti, riuniti nel collettivo Youth of Sumud, che stanno resistendo nella propria terra attraverso strumenti di lotta nonviolenta.
Sarura. The future is an unknown place”, il titolo del documentario, che è anche uno dei venticinque lavori selezionati dall’International Film Festival and Forum on Human Rights di Ginevra per l’Impact Day, ossia la giornata dedicata alla narrazione cinematografica, al documentario in particolare, come strumento di cambiamento sociale e culturale.

Palestina: la riappropriazione delle grotte

Sarura è un villaggio di grotte situato alle porte del deserto del Negev, abitato fino a metà degli anni Novanta da pastori palestinesi e successivamente abbandonato a causa della costruzione di due insediamenti israeliani e dei ripetuti attacchi dei coloni, con la complicità dell’esercito. Si tratta, come spesso succede, di avamposti israeliani illegali, non solo secondo la legge internazionale, ma anche secondo la stessa legge israeliana.

Il progetto di Nicola Zambelli, documentario low budget girato nelle settimane trascorse nei villaggi di Sarura e At-Tuwani, segue il percorso intrapreso dai ragazzi e dalle ragazze del collettivo Youth of Sumud che sono riusciti non solo a respingere i tentativi di evacuazione del loro villaggio, ma anche a riappropriarsi di cose e luoghi rubati loro in passato.
Per fare ciò, impugnano le loro telecamere – il documentario mostrerà infatti numerose riprese girate in Palestina nel 2018 dagli stessi ragazzi – e documentano così le reali condizioni degli abitanti di quelle terre, costantemente minacciati dalla violenza di coloni e militari israeliani, rappresentando un esempio, con la loro tenacia, di una lotta nonviolenta eppure potente, anche per i villaggi vicini, analogamente minacciati dal governo israeliano.

Le principali forme di lotta non violenta – spiega il regista ai nostri microfoni – sono quelle di non cedere al ricatto del governo israeliano, quindi non sottostare ai divieti di coltivazione delle terre e di accesso alle terre da parte dei pastori. I ragazzi del collettivo accompagnano i pastori nelle loro terre, per evitare scontri con i coloni, accompagnano i bambini alla scuola del villaggio vicino per proteggerli dalle violenze israeliane lungo il tragitto e, più in generale, partecipano alle lotte di resistenza ai tentativi di sgombero da parte dell’esercito israeliano”.

“Vogliamo raccontare la storia di Youth of Sumud – continua Zambelli – perché possa costituire un esempio concreto di speranza, una lotta pacifica condotta all’insegna della dignità umana, il cui esito resta tuttora incerto, ma il cui finale è scritto attraverso la storia di ciascuno. Una storia minuscola rispetto alla Storia con la S maiuscola, ma allo stesso tempo universale e rappresentativa di un conflitto che sembra non trovare mai fine”.
Attraverso il documentario, infatti, la storia della lotta di un gruppo di teenagers supera i confini nazionali, viene resa visibile ad un pubblico che non ha mai sperimentato sulla propria pelle una simile circostanza, una precarietà tale da rendere il proprio futuro “unknown”, costringendolo di fatto ad aprire gli occhi su realtà che, seppur distanti migliaia di chilometri, non sono affatto irrilevanti.

Già il sottotitolo, “The future is an unknown place”, sottolinea l’incertezza che caratterizza il futuro delle giovani generazioni palestinesi, ma superando la più classica visione paternalistica, mostra invece “l’esperienza e la passione di un gruppo di giovani che reagisce alla violenza con la passione di chi rifiuta l’odio e l’intolleranza, e crea le condizioni per il loro superamento”.
“Quello che vogliamo fare – continua Zambelli – è rendere i ragazzi e le ragazze di Youth of Sumud un esempio di resistenza e di determinazione. ‘Sumud’ viene tradotto dal palestinese all’inglese come “steadfastness”, che implica il concetto della resilienza, ma allo stesso tempo determinatezza, ed è proprio di questa determinatezza e resilienza del popolo palestinese che vogliamo parlare, rendendo questi giovani un esempio per tutti perché, nonostante le condizioni di partenza nelle quali si trovano, hanno scelto di non rinunciare alla loro umanità, di non rassegnarsi. Sono un gruppo di ragazzi e ragazze che sanno che soltanto attraverso la lotta e attraverso l’unione, politicamente orientata, orizzontale e auto-organizzata, si possono cambiare le cose”.

Il crowdfunding per completare il documentario

“Sarura” è il decimo lungometraggio che Smk Videofactory produce con Produzioni dal Basso, la rete informale di sostegno e distribuzione indipendente. Il progetto è attualmente in fase di post-produzione, ed è possibile sostenerlo partecipando alla campagna di crowdfunding, attiva fino al 21 marzo sul sito web della piattaforma.
SMK Factory, fondata a Bologna nel 2009 da un gruppo di mediattivisti, condivide infatti una logica che esce dai tipici schemi di produzione cinematografica, sostenendo fermamente modelli di produzione dal basso, basati in particolare sul crowdfunding – strumento che permette, senza finanziamenti di altro tipo, di intraprendere e successivamente diffondere produzioni cinematografiche su temi diversi e di attualità.

“Partecipare, anche con un piccolo contributo – conclude il regista – significa contribuire a costruire una comunità che si riconosce in determinati valori e messaggi e che ci permette di produrre in maniera indipendente e libera, attraverso questo fantastico mutuo scambio. Significa partecipare alla costruzione di un cinema e di un documentario alternativo”.

Teresa Fallavollita

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