Femminicidi: fenomeno in aumento

Un Otello diverso sotto tanti punti di vista è in scena all’Arena del Sole, un Otello che è duplice: sotto il segno di Shakespeare per la parte attoriale, di Verdi per quella musicale.

In scena una compagnia di attori professionisti del Teatro la Ribalta- Kunts der Vieftalt di Bolzano mista di abili e disabili, insieme all’ orchestra sinfonica AllegroModerato composta da cinquanta elementi tra i quali musicisti con disagio psichico, mentale e fisico e alcuni professionisti.

Otello con fatica vede reiterarsi, replica dopo replica, nel piccolo circo dei sentimenti umani, la sua tragedia, e con dolore ogni volta ricomincia da capo senza possibilità di fermare la trama che viene tessuta da Jago, domatore e lanciatore di coltelli, a suo discapito. A testa bassa, come un asino ammaestrato, insieme agli altri personaggi maschili della trama, Roderigo e Cassio e agli inservienti del circo, corre per la pista allo schioccare della frusta andando incontro al suo destino di assassino della pura e bella Desdemona.

Non sapremo mai con certezza se le difficoltà di parola di Otello in scena sono dovute alla disabilità dell’attore o all’afasia del personaggio, con certezza conosciamo il peso della sua colpa e vediamo sul suo volto il rimorso per il femminicidio che perpetra e che continua a perpetrare, nonostante le suppliche di lei, nonostante l’apparente possibilità di cambiare il finale ogni volta che l’attrice si desta illesa. Non è dato a quell’uomo di cambiare la sua natura che è quella di impersonare l’uomo rozzo e brutale capace solo di mangiare avidamente una donna e poi mollarla, ormai esanime, come afferma in scena un’altra donna che rappresenta il fantasma di tutte le donne nel mondo uccise, in quanto donne, per mano maschile.

E’ l’attrice Mirenia Lonardi a interpretare la vittima di tutti i femminicidi. Come Desdemona è vestita di bianco, come lei è pura, ma a differenza dell’ingenua Desdemona che si butta senza rete nelle braccia del brutale Otello con la fiducia cieca di un’acrobata al trapezio, la vittima delle vittime è consapevole della sua fine, sa riconoscere l’uomo violento e tenta di chiedere aiuto, di invocare soccorso, se pure inutilmente. La tragedia non è solo colpa dell’ingenuità femminile, dell’amore che blocca la fuga, la tragedia si consuma ogni giorno nelle case con la complicità di chi, pur guardando, fa finta di non vedere, di chi, pur potendo intervenire, resta al proprio posto come il pubblico teatrale.

Mirenia Lonardi porta un busto e fatica ad articolare parole, la disabilità si mescola alla finzione scenica, la costruzione del personaggio è così ben fatta che al pubblico non importa, dopo i primi istanti di spettacolo, cosa di quello che succede e che vede pertiene all’attore/attrice o al personaggio. Allo stesso modo, quando entra in scena Maria Magdolna Johannes come venditrice di fazzoletti da naso nell’arena del circo e poi quando la vediamo interpretare Desdemona, è talmente bella, delicata, gioiosa e ingenua che ogni spettatore viene rapito dalla sua interpretazione e risponde convinto in modo affermativo alla sua domanda “sono bella?”

Sì, Maria Magdolna Johannes è bellissima su quel palcoscenico e l’unica cosa che fa sorridere è se mai il suo spiccato accento tedesco. Guardandola e rendendosi conto del suo talento attorale si gioisce del fatto che questo spettacolo mandi a gambe all’aria tutte le convenzioni teatrali rispetto alla scelta del fisico degli attori e attrici e rispetto ai presunti imprescindibili requisiti per calcare le scene. Viene voglia di gridare a tutti i registi che mandano attori maschi a fare pesi prima di scritturarli o scartano attrici perchè troppo basse, grasse, o vecchie, o con altre presunte “deficienze” per essere incluse nei loro strepitosi cast, “visto?”. Si può, sì, è possibile, il talento può emergere in ogni corpo e ogni difficoltà può essere rovesciata in una possibilità.

Tutti i protagonisti dello spettacolo riescono a tradurre in movimento, in danza le parole difficili da dire. La parola è lasciata soprattutto al canto, mentre gli attori agiscono o danzano sul palcoscenico, esprimono le emozioni attraverso la corsa, il salto, una passerella, il lancio di coltelli immaginari, il roteare di un lampadario, il raccogliere e gettare rose scarlatte.

L’Orchestra Allegro Moderato ha una funzione imprescindibile nell’economia della messa in scena: la musica e il canto in particolare innalza l’azione dal piano del reale. Come nei musical a cui siamo abituati quando la parola non basta a raccontare un sentimento, comincia un brano musicale, comincia il canto che porta dritto al cuore ogni messaggio si voglia comunicare.

Per quanto l’orchestrazione dei brani di Verdi sia semplificata e adattata all’organico a disposizione, occorre dire che la direzione musicale di Pilar Bravo ha fatto un lavoro mirabile riuscendo a narrare in musica le vicende dell’Otello con grande efficacia.

Plauso va ai cantanti: Paolo Cauteruccio (tenore), Francesca Pacileo (soprano) e Giovanni Impagliazzo (baritono) che hanno affrontato con professionalità e sicurezza la prova del palco impreziosendo il risultato complessivo con la propria espressività vocale.

Non si può non menzionare la regia di Antonio Viganò che ha amalgamato tutte le particolarità dei componenti del cast attoriale e musicale riuscendo a valorizzare i talenti componendo uno spettacolo geniale ed emozionante che ha già riscosso successi in tutte le piazze italiane e straniere in cui è andato in scena prima di Bologna.

La scelta di trattare la tragedia dell’Otello come un femminicidio è già di per sé stata una scelta interessante, l’aver deciso di raccontare la vicenda ambientandola in un circo dei sentimenti umani, ha messo a segno il secondo punto a favore del potere di sorpresa dello spettacolo, il rovesciamento in danza e in musica delle difficoltà di dire i sentimenti da parte degli attori/personaggi, è stata poi la chiave del successo di questo spettacolo che crea atmosfere dense di pathos e arriva dritto dritto, come i coltelli di Jago, a colpire pregiudizi e convenzioni arrivando a modificare, la nelle menti dell’uditorio, l’idea stessa di cosa sia il teatro e di come debba essere organizzato e messo in scena.