Dal 2011 al 2013 sono triplicati i metri quadri di territorio destinati all’esperimento, ormai una realtà, degli orti urbani. Negli ultimi due anni si passati da 1,1 milioni di mq a 3,3 solo nei grandi centri urbani. Complice la crisi, tanti italiani di tutte le età, stanno scoprendo o riscoprendo l’utilizzo degli orti per il proprio sostentamento.

Se fino a qualche anno fa la parola orto riportava alla mente l’immagine di un settantenne in canottiera e berretto da ciclista anni ’80, che, giunto alla pensione, si abbrustoliva al sole sotto lo sguardo rassegnato della compagnia di una vita, le cose sono cambiate e, per fortuna, c’è chi per scelta o per bisogno, ha introdotto l’idea di orto nella propria quotidianeità. Sono in continua espansione, infatti, i terreni comunali destinati dalle amministrazioni alla coltivazione per uso domestico, ridotti in piccole parcelle e affidati, secondo i criteri scelti da ogni comune, a chi ne fa richiesta.

Negli ultimi due anni, i metri quadrati destinati alla coltivazione per autoconsumo sono passati, nei capoluoghi di provincia da 1,1 milioni a 3,3 milioni di metri quadri, con un forte aumento di popolazione giovane tra i beneficiari.

Una buona fetta di “responsabilità” di quella che appare come una migrazione dal supermercato alla terra è da addebitare alla crisi economica, che ha costretto indigenti e non a rivedere il proprio stile di vita. In molti sono passati dall’acquisto dei simboli dello spreco negli ipermercati (frutta e verdura porzionata e impacchettata, il cui prezzo è composto per la quasi totalità dal costo del packaging) all’autoproduzione. Sostenuti e indirizzati da team di esperti legati alla Fondazione Campagna Amica di Coldiretti, i nuovi amanti dell’orto, più o meno neofiti, sono cresciuti esponenzialmente. 

I vantaggi dell’autoproduzione sono evidenti. L’orto urbano costringe a fare i conti con la pianificazione dei propri consumi, la stagionalità dei prodotti e l’utilizzo intelligente delle risorse. E, in più, non fa male agli altri. La produzione per autoconsumo mette il produttore davanti alle proprie responsabilità, anche nello sviluppo dei metodi di coltivazione migliori e nella ricerca di una qualità accettabile. E’, questo, un tratto fondamentale, che distingue l’autoproduttore, da alcuni “nuovi agricoltori” improvvisati con velleità imprenditoriali che si dedicano alla vendita. Produrre per l’autoconsumo, disinnesca ragionevolmente ogni aspirazione alla commercializzazione e non costringe ignari consumatori, magari portati dagli eventi e dalle proprie convinzioni ideali a frequentare mercati biologici, a ingurgitare (solo in rari casi, va detto) con sorrisi di circostanza pane prodotto da un ex-insegnante di francese, che lievita a tradimento solo un’ora dopo l’ingestione, o vino “fatto in casa” da un ex-poetessa esistenzialista, che non avrà i solfiti, ma tecnicamente è aceto.

Negli orti urbani c’è gente che ha cambiato stile di vita e produce quello di cui ha bisogno. Nient’altro. E’ proprio questo il bello.