È notizia del giorno la scomparsa di un grande artista e cantautore italiano: ci ha infatti lasciato, all’età di 76 anni, Franco Battiato, al secolo Francesco, in conseguenza di una malattia che lo accompagnava ormai da tempo.
Anche solo provare a parlare di quello che è stato il merito, il ruolo, che questo genio contemporaneo ha avuto all’interno della musica italiana è un’ardua impresa. Non è semplice includere in un articolo tutto quello che è stato Battiato, e parlare del vuoto che la sua scomparsa inevitabilmente lascerà nei cuori degli appassionati di musica, ma è un compito che dobbiamo provare ad assolvere, per rendere il giusto onore a una carriera illuminante.

Tra sperimentazione e contaminazione: la vita di Franco Battiato

Battiato nacque nel 1945 in Sicilia, in un comune che non esiste più, ossia Ionia, che era il risultato dell’unione di due comuni, Giarre e Riposto, che alla fine della Seconda guerra mondiale tornarono a essere due centri distinti. Un inizio di vita del cantautore che non potrebbe esemplificare meglio il rapporto della sua opera, capace di unire e al tempo stesso di dividere i generi e gli strumenti utilizzati, anche per l’impiego di numerosi stili artistici e di continua sperimentazione.

Franco nasce come cabarrettista a Milano, nel “Club 64“, rinomato per aver accolto personalità del calibro di Enzo Jannacci, Renato Pozzetto, Lino Toffolo e Bruno Lauzi. Vi si esibiva con la chitarra, aprendo lo spettacolo con canzoni sicule e musica che richiamava lo stile barocco. L’avvio vero e proprio della sua carriera musicale arriva grazie a questa esperienza, perché nel ’67 capita che tra il pubblico ci sia un altro genio della nostra storia artistica recente, Giorgio Gaber.

Il Signor G contribuisce al suo lancio nel mondo del cantautorato italiano, nel momento probabilmente della sua maggiore saturazione. Prima lo propone, insieme al compaesano Gregorio Alicata, alla casa discografica Nanni Ricordi, e poi, dopo il scioglimento del duo de “Gli Ambulanti“, gli procura un contratto da solista per la casa discografica Jolly, con cui incide i primi singoli.

Nonostante la concorrenza del filone in cui era inserito, quello della cosiddetta “protesta” molto in voga all’epoca, Franco riuscì a crearsi un nome, consolidando la sua amicizia con l’artista milanese, che lo lancerà anche nel mondo televisivo, facendolo debuttare nel programma da lui condotto insieme a Caterina Caselli, “Diamoci del tu“. È con questo debutto che Battiato comincia a farsi chiamare Franco, per distinguersi da un altro Francesco molto acclamato all’epoca, ossia Guccini.

La svolta nella sua carriera arriva alla fine del decennio, quando improvvisamente decide di abbandonare il formato della canzone e di dedicarsi totalmente alla sperimentazione, cominciando a fare uso di sonorità elettroniche. Battiato parte subito a produrre in modo frenetico e sregolato, come è tra l’altro nel suo stile: tra il ’72 e il ’75, per l’etichetta Bla Bla, escono ben cinque LP, il primo dei quali sarà “Fetus“, il quale già dalla copertina segnala immediatamente qualcosa di diverso, dato che rappresenta un feto (anche se all’epoca fu censurato): si individuano le prime contaminazioni artistiche, di cui il siciliano abuserà per tutta la sua carriera, trovate qui in Aldous Huxley, Paramahansa Togananda e Johann Sebastian Bach.

A esso seguirà “Pollution“, dello stesso anno, in cui continua l’influenza di Huxley, e che sarà il suo primo lavoro a entrare nelle classifiche di dischi più venduti, arrivando al cinquantanovesimo posto. Sarà però “Sulle corde di Aries” l’opera più riuscita della sua prima fase: in esso si mischiano ripetizione, minimalismo, musica acustica orientaleggiante e sonorità elettroniche, e comincia a mischiare strumenti del sound classico al gusto rock.

Con la chiusura della Bla Bla, Battiato nel ’77 passa alla Dischi Ricordi, realizzando lavori che però sono tra i meno acclamati dalla critica. Questo periodo però sarà più ricordato per il consolidato sodalizio con Gaber, di cui firmerà gli arrangiamenti, insieme a Giusto Pio che gli impartirà lezioni di violino, dello spettacolo “Polli di allevamento“, registrato presso il Teatro Duse di Bologna il 18 ottobre 1978.

E proprio al sodalizio con Giusto Pio si devono i dischi più amati e acclamato di Battiato: pubblicato dall’etichetta EMI Italiana − che non abbandonerà fino al 1996 − usciranno, infatti, “L’era del cinghiale bianco“, “Patriots“, in cui converge il massimo della contaminazione artistica, ma soprattutto “La voce del padrone“, risultato della scoperta dello scrittore Gurdjieff. Questo è probabilmente il lavoro più amato di Battiato, in quanto contiene i suoi più acclamati e famosi successi, “Bandiera Bianca”, “Gli uccelli”, “Cuccurucucù” e “Centro di gravità permanente”.

Il disco raggiungerà la vetta della classifica italiana, rimanendoci per quasi sette mesi, cedendo il passo solo al suo successivo lavoro, “L’arca di Noè“. È il primo disco italiano a superare il milione di copie vendute, riceve la Gondola d’oro a Venezia ed è collocato da Rolling Stones al secondo posto nella classifica dei 100 album italiani più belli di ogni tempo, superato solo da “Bollicine” di Vasco Rossi.

Con questa fase si costruisce il successo nazionale e internazionale del cantautore, che comincia ad avviare diversi sodalizi con diversi artisti: uno dei più importanti sarà quello con Alice, la quale subirà a tal punto l’influenza di Battiato da modificare completamente il suo stile artistico, come si potrà notare a partire dal primo album pubblicato dopo l’incontro, “Capo Nord”.
Insieme scriveranno “Per Elisa”, che le consentirà di vincere il Festival di Sanremo 1981, ed eseguiranno in duetto “Chan-Son Egocentrique” e “I treni di Tozeur”, quest’ultimo arrangiato da Giusto Pio, e con cui si esibiranno all’Eurovision del 1984 arrivando sino al quinto posto. In epoca recente è da ricordare il live fatto a Roma nel 2016, da cui uscì un album, e in cui sono raccolti i più grandi successi, talvolta rifatti in duetto (come “Prospettiva Nevski”).

La sperimentazione per il cantautore non si ferma, cominciando a lavorare su uno stile postmoderno fatto di new wave italiana che in quegli anni si stava affermando, e che lo influenzava. Non si fermano neanche le ispirazioni inter-artistiche che continuamente variano il suo lavoro: nel giro di tre anni, dalla letteratura cyberpunk escono “Orizzonti perduti“, in cui sono totalmente eliminati gli strumenti classici, e “Mondi lontanissimi“, per poi ritornare alle origini, con “Fisiognomica” che vede il ritorno degli strumenti, della lirica e agli arrangiamenti in siciliano.

Comincia una fase di produzione sempre più confusa e geniale allo stesso tempo, in cui si alternano le ultime produzioni da solista, con esplorazioni della musica rock, contaminazioni sonore con altri paesi, ritorni all’avanguardia e alla musica leggera. Nel 1997, insieme a Manlio Sgalambro con cui avviò un importante sodalizio, esce probabilmente il pezzo più famoso di tutta la sua produzione, “La cura“, certificato doppio disco di platino e inserito come colonna sonora nel film “Tutti per 1 – 1 per tutti” di Giovanni Veronesi, e amato tutt’ora dai suoi fan.

Continuerà a produrre e a esibirsi nei concerti finché la malattia non glielo impedirà, e noi potremmo dire tanto altro di questo meraviglioso artista, dei numerosi premi e riconoscimenti raggiunti nella propria carriera, delle influenze che ne hanno caratterizzato il suo stile sempre in evoluzione, dell’ispirazione che lui stesso è stato a sua volta per migliaia di nuovi prospetti. Ci sarebbe da parlare di lui per ore e ore, perché Battiato è stato qualcosa di incredibile per la musica e non solo. E dando quest’ultimo saluto a un genio del nostro tempo la citazione è quasi scontata: «come puoi tenere nascosto un amore, ed è così che ci trattiene nelle sue catene».

Luca Meneghini

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