In questi tempi in cui si discute di movimenti dal basso, quello nato quattro anni fa si presenta ancora come il migliore sotto molteplici aspetti. Non si tratta di fare graduatorie o di mettere in contrapposizione realtà che hanno anche punti di contatto, ma semplicemente di constatare come Non Una Di Meno sia, per portata, per elaborazione e per metodo, il movimento che più di ogni altro rappresenta un’alternativa reale foriera di cambiamento.

Non Una Di Meno: transnazionale e intersezionale

Innanzitutto si tratta di un movimento transnazionale, capace di cogliere la matrice del problema oltre ogni contesto specifico. Il problema strutturale, infatti, non è Salvini, Erdogan o Trump (per quanto vada fatto di tutto per far sparire ogni loro traccia) ma il sistema di potere sul quale essi hanno fondato la loro fortuna e che sopravviverà al loro declino.
In questa chiave, Non Una Di Meno ha saputo mettere in relazione dinamiche raccontate in modo disgiunto, come se il sessismo non si manifestasse anche nello sfruttamento economico e lavorativo, come se il controllo dei corpi alla base del fondamentalismo religioso non avesse nulla a che fare con la struttura sociale che impone questo modello di sviluppo, solo per fare alcuni esempi.
La chiave elaborata dalle transfemministe è quella intersezionale, una parola difficile e poco spettacolarizzabile, ma che meglio di qualunque altra è in grado di analizzare la situazione e proporre un’alternativa.

Un’alternativa radicale

Di qui anche la radicalità dei contenuti perché, per avventurarsi su altri terreni, se il problema è il cambiamento climatico creato da questo ordine socioeconomico, la soluzione non può essere trovata al suo interno, magari colpevolizzando chi è costretto a viverci o persuadendo con quattrini sonanti chi inquina a non farlo più. Se il problema è il razzismo e l’autoritarismo che ha preso piede nel nostro Paese e nel mondo, la soluzione non passa dal rimuovere semplicemente i rappresentanti di quelle orribili istanze senza cambiare la cultura, i meccanismi e le leggi che lo hanno reso possibile.
Quando i “leader” delle sardine dicono a Salvini “in sei giorni abbiamo imparato il tuo mestiere”, che è quello della propaganda sui social, decidono di restare sullo stesso terreno, illudendosi di cambiarlo dall’interno senza ribaltare il tavolo. Come se l’odio e la semplificazione potessero diventare meno appetibili della faticosa coesistenza e della impegnativa complessità.

Non Una Di Meno: il metodo è sostanza

Una parola va spesa poi sul metodo, che per Non Una Di Meno è anche molto sostanza. Il processo che ha portato alla nascita del movimento stesso e all’elaborazione del suo manifesto – il piano contro la violenza di genere – e che continua a guidare ogni iniziativa rappresenta la vera novità e la vera differenza con tanti altri fenomeni, dai Friday For Future alle sardine, che di tanto in tanto appaiono sulla scena.
Il movimento transfemminista è organizzato in modo assembleare, non gerarchico. Ogni proposta programmatica è frutto di lunghi confronti e discussioni. Ad un modello egemone verticale, su cui si reggono il patriarcato, i fascismi e il liberismo, Non Una Di Meno contrappone un modello orizzontale, che non è basato sulla competizione, funzionale alle disuguaglianze, ma sulla cooperazione e la solidarietà. E non demanda a chi detiene il potere la sua soluzione, come ad esempio fa Greta Thunberg quando si rivolge ai potenti intimando loro di risolvere il problema che hanno creato, ma costruisce spazi di libertà che piano piano si allargano.

Per questi e altri motivi, vista anche la resistenza e la tenuta del movimento, dal mio punto di vista Non Una Di Meno è ancora il movimento preferibile – pur senza escludere gli altri – perché tra le sue elaborazioni contiene anche le risposte che cercano gli altri movimenti.