Da un lato chi si è svenduto al liberismo, dall’altro cripto-nazionalisti, populisti e rossobruni che, con un piglio radical-stalinista, citano Marx ma in modo incompleto e sbagliato. Nel suo libro “La sinistra di destra” (Edizioni Alegre), Mauro Vanetti smonta a suon di teoria, statistiche e dialettica quei “compagni” che sono finiti dall’altra parte.

Se anche voi preferivate di gran lunga lo spettro che si aggirava per l’Europa ai mostri che ci circondano in Italia (e non solo), c’è un antidoto che potete assumere per non essere trasformati in zombie. Si intitola “La sinistra di destra – Dove si mostra che liberisti, sovranisti e populisti ci portano dall’altra parte”. È un libro edito da Alegre e scritto da Mauro Vanetti dove potete trovare, spiegate bene, tutte le risposte alle domande che vi stanno sorgendo in questi tempi schizofrenici.

Sì, perché se ormai avevate metabolizzato il fatto che, dichiarazioni e provvedimenti alla mano, il Partito Democratico non sia ascrivibile alla categoria politica della sinistra, la terra sotto i piedi è cominciata a mancarvi quando avete letto e sentito alcuni vecchi (e meno vecchi) esponenti della sinistra radicale, gli stessi che hanno marciato al vostro fianco durante scioperi e manifestazioni nei tardi anni Novanta e nei primi Duemila, utilizzare frasi che hanno un forte retrogusto salviniano e nazionalista. Ciò che vi ha confusi e che vi ha fatti anche interrogare è, da un lato, l’aggressiva sicumera di questi (ex?) compagni, dall’altra le citazioni nientemeno di Karl Marx che gli stessi adducono per argomentare le loro strane tesi.

Tranquilli: non siete voi ad aver studiato poco e male o a non aver compreso bene i valori in cui credete da una vita. Sono loro che, come si dice a Bologna, sbacchettano.
Teoria e testi di Marx ed Engels alla mano, Vanetti nel suo libro compie un’epica operazione verità per sbugiardare quanti, di fronte all’avanzata delle destre, si sono fatti ammaliare dalle sirene del populismo o, ancor peggio, hanno abbracciato una sorta di supercazzola sovranista che altro non è che un malcelato nazionalismo per nulla fedele alla linea. Se non a quella cinica dello stalinismo.

Ovviamente, l’autore non dimentica di setacciare l’abiura della sinistra di destra quasi “storica”, il progressismo svenduto al liberismo, e individua un peccato originale alla base di questa devianza: la negazione della divisione in classi della società o, variante propedeutica agli stessi scopi, la moltiplicazione delle presunte classi sociali: una cortina fumogena per arrivare comunque a negare che la società si divida tra oppressi e oppressori, tra chi possiede e chi non possiede i mezzi di produzione. Con una spiegazione dialettica convincente, Vanetti dimostra che la categorizzazione ha ancora senso e che, anzi, adottare ancora questa prospettiva è utile a comprendere tante dinamiche che oggi ci sfuggono o non padroneggiamo a pieno.

Non crediate, però, che il libro risulti una puntigliosa e pallosa lezioncina. Lo stile di scrittura è a dir poco avvincente: una caustica ironia che non stride affatto con la rigorosa precisione con cui l’autore mena teorici e simbolici schiaffi. La lettura scorre veloce ed ha un effetto catartico in quanti, vedendo i toni del discorso pubblico, stavano per alzare bandiera bianca e rinchiudersi nello sconforto.

Per forza di cose, Vanetti si inabissa nel torbido delle argomentazioni dei compagni della sinistra di destra popu-sovranista, una fra tutte la famosa questione dell’esercito industriale di riserva di cui parlava Marx. L’argomento, come sappiamo, viene citato in continuazione a proposito del fenomeno migratorio, sfociando nella paranoia complottista che vede le oligarchie europee, le ong e l’immancabile Soros alleati per un gigantesco piano di dumping salariale e smantellamento dei residui diritti dei lavoratori.

La facilità con cui l’autore smaschera l’abuso della teoria marxiana fa quasi impressione: il filosofo tedesco bisogna leggerlo tutto, non solo le frasi che fanno comodo alle proprie bislacche teorie. E per tutto non si intende gli infiniti tomi della sua prolifica produzione letteraria, ma semplicemente le righe successive a quelle che vengono citate per dimostrare una improbabile attitudine nazionalista.

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