O così almeno parrebbe, guardando alle loro attuali programmazioni. Salvo smentite, temo che parecchi di codesti compositori, siano stati ignorati persino dai “Proms” londinesi, che tra l’altro, dovrebbero essere prossimi al loro inizio stagionale. Uno di questi musicisti alquanto trascurati, costituisce l’oggetto della puntata di “Un tocco di classico”, in onda giovedì 27, dalle 18 alle 19.

Per quel che concerne il ‘900 storico anglosassone, è rarissimo anche nella “perfida Albione”, di veder programmata qualche composizione che non sia dei “soliti noti” (almeno in quelle latitudini), ovvero, in primis, di Elgar, Walton, Britten, ed in secundis, di Delius, Holst e Vaughan-Williams (ed in misura minore, Bliss). Eppure, nomi altrettanto meritevoli non mancherebbero affatto. Io stesso, mi si perdoni l’immodestia, rammento di essermi precedentemente occupato, in questa sede, di musicisti come Bantock, Easdale, Benjamin, Lucas; in futuro conto di trattare almeno anche Ireland, Foulds e Simpson (splendide le sue 11 sinfonie). Per fortuna, in casi come questi, il disco supplisce almeno in gran parte a queste manchevolezze, svolgendo così la sua funzione eminentemente culturale, grazie soprattutto a case discografiche come Chandos, Dutton, Hyperion, Naxos ed altre ancora, nonostante il momento di crisi che attanaglia pure la musica colta, naturalmente.

Questa volta, faremo la conoscenza di William Alwyn (1905-1985), direttore d’orchestra e docente, autore di una settantina di colonne sonore, oltre che di una cinquantina di lavori orchestrali comprendenti 5 sinfonie (una piacevole sorpresa è stata per me, domenica 23, alle 8, veder programmata la sua prima sinfonia su Rai Radio Classica), una sinfonietta, 3 concerti grossi, concerti per flauto, oboe, arpa, pianoforte, violino, in aggiunta ad una nutrita serie di più brevi lavori descrittivi. 5 di queste composizioni saranno trasmesse nel corso della presente puntata.

Dal tardoromanticismo iniziale, intriso d’elementi desunti dal folclore popolare, passò progressivamente, nel corso degli anni, ad un utilizzo originale e non rigoroso di una sorta d’alternativa, basata sulle dissonanze, alla tecnica dodecafonica. I lavori orchestrali in programma nella trasmissione (“Overture to a masque” del 1940, “Concerto grosso n.1 in si bem. magg.” del ’42, “Pastoral Fantasia” per archi del ’39, “Autum Legend” del ’54 e la “Suite of Scottish Dances” del ’46), rientrano tutti nella fase stilistica iniziale, caratterizzata da una grande comunicativa ed immediatezza, oltre che da una brillante orchestrazione.

Postludio: di recente, un bello spirito (definiamolo eufemisticamente così) di mia conoscenza, incontrato in centro, ha definito la mia trasmissione, per così dire, “lassativa”, aggiungendo che la musica trasmessa fa schifo e che dovrò cessare la mia attività, a meno che non segua i suoi “saggi” consigli (ve ne lascio immaginare la sostanza), ovviamente! Avrà ragione lui? Chissà chi lo sa! Sinceramente, la cosa mi ha fatto sorridere, so benissimo, in un certo senso, di “rischiare”, se puntassi ad un facile successo tenterei ben altro, ma, purtroppo per lui e quelli come lui, credo in quello che faccio, sia pure senza soverchie illusioni, ma “in moto ostinato e contrario”.

Alla prossima!

Gabriele Evangelista

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