Soltanto un’italiano poteva creare quello che a tutt’oggi resta il concerto per strumento solista ed orchestra più lungo, monumentale, grandioso, folle, ipertrofico, affascinante di tutta la storia della musica! Ferruccio Busoni (Empoli, 1 aprile 1866 – Berlino, 27 luglio 1924), insigne compositore e grande pianista, italiano di nascita, ma di formazione mitteleuropea, crea il suo unico “concerto per pianoforte, coro maschile ed orchestra in do magg., op.39”, fra il 1903 ed il 1904, nel quale intendeva superare gli schemi consolidati della tradizione, in una fase di transizione, in cui stava trapassando dal tardoromanticismo al pre-espressionismo, la qual cosa conferisce una singolare disomogeneità stilistica al lavoro, che, lungi dal risultare un elemento negativo, finisce per dargli un particolarissimo fascino. In questo lavoro di dimensioni ciclopiche, confluiscono in maniera evidente le 2 anime del compositore, quella mediterranea e quella austro-tedesca.

In una struttura complessiva più da sinfonia concertante che da concerto solistico vero e proprio, di arduo equilibrio fra le sue varie componenti, il solista, pur privo delle classiche cadenze strappa-applausi, deve letteralmente dannarsi l’anima per fronteggiare una grande orchestra tipicamente tardoromantica, se non fosse per l’assenza delle arpe, dovendo mostrare sia i muscoli, all’occorrenza, ma anche essere capace, al contempo, d’un’amplissima gamma di sfumature timbriche, dinamiche ed espressive. Soltanto un folle visionario come Busoni poteva concepire un brano in 5 movimenti, di ampia durata (le incisioni discografiche variano dai 68 agli 85 minuti, a seconda dei tempi scelti dagli interpreti, tanto per dare un’idea), con un primo tempo che sembra guardare soprattutto a Brahms ed a Liszt, un secondo in cui prevale il modello lisztiano, un terzo che mostra ascendenze mahleriane, un quarto in cui l’italianità prende il sopravvento facendo pensare sia a certe miniature orchestrali di Martucci, sia a quanto stavano per combinare i compositori della cosiddetta “generazione dell’80” (Casella, Malipiero, Pizzetti, Respighi), alla ricerca d’un nuovo idioma nazionale. Nel quinto ed ultimo tempo, con l’ingresso del coro maschile a 6 parti, il modello di partenza da un lato si direbbe quello della “Fantasia per pianoforte, soli, coro ed orchestra” beethoveniana, dall’altro quello del finale con coro della “Sinfonia Faust” di Liszt. E tutto questo in aggiunta a tratti prettamente originali e personali!

Questo brano anomalo è anche un esempio di una singolare commistione di alto e di basso, ovvero di colto e di popolare, poichè soltanto un musicista dotato di una fantasia sfrenata poteva pensare d’inserire in seno ad una struttura così seriosa una tarantella, una citazione d’una canzone popolare napoletana (“Fenesta ca lucive”), la marcetta dei bersaglieri, per finire col coro maschile che intona un inno ad Allah in tedesco (tratto dal dramma “Aladino” del danese Adam Oehlenschlaeger)! Busoni stesso, pensando d’agevolarne le esecuzioni dal vivo, aveva previsto che il coro fosse “ad libitum”, nel senso che, all’occorrenza, poteva essere omesso, ma, alla fine, proprio perchè dal vivo si esegue di rado, visto che si fa trenta, si fa pure trentuno e quindi il coro compare regolarmente in simili occasioni! Assai più fortunata invece la sorte dal punto di vista discografico, fin dai tempi dei 78 giri!

Quella che a tutt’oggi resta l’incisione di riferimento assoluto, proposta nella presente puntata, è stata realizzata ad opera d’un grandissimo pianista inglese (anche compositore) morto prematuramente a 52 anni, John Ogdon, innamorato di questo concerto fin da quando era ancora studente, facendone il suo cavallo di battaglia a partire dal 1958. Questa mitica registrazione, per la quale qualsivoglia superlativo risulta inadeguato, realizzata al noto Studio n.1 di Abbey Road a Londra, dal 20 al 22, il 26 ed il 28 luglio del ’67, per la Emi, con la sezione maschile del John Alldis Choir condotta dal medesimo e la Royal Philarmonic Orchestra diretta dallo statunitense Daniell Revenaugh (anch’egli pianista, guarda un pò), resta tutt’ora ineguagliata per carica espressiva, veramente questo pianista britannico sembra esserci nato con questo concerto in testa! Ne conosco esecuzioni forse un poco più rifinite e tornite, ma nessuna così trascinante ed emozionante, anche perchè coro, orchestra e direttore non sono affatto da meno, in questo caso! Fra i miei ricordi di gioventù c’è pure un viaggio a Londra nell’82, in cui, fra le altre cose, reperii l’edizione in vinile di questa incisione, ricomprandola anche in cd nel 2010! Nel frattempo ne avevo prese altre 3 edizioni, ma questa è come il primo amore, non si scorda mai!

Un Tocco di Classico va in onda il giovedì a mezzanotte sui 103.1 FM di Radio Città Fujiko

—- Gabriele Evangelista —-