Sette distributori di carburante fossile al posto di campi agricoli, spesso coltivati, sparsi per Bologna. È questo il progetto, contenuto nel Piano Operativo Comunale (Poc) contro cui si batte un gruppo di cittadine e cittadini al grido di “Vogliamo pane, non oil”.
Si aggiunge dunque un’altra opposizione in chiave ambientalista ad uno strumento urbanistico adottato dall’Amministrazione, dopo la battaglia (ancora in corso) sui Prati di Caprara, quella sull’ex Cierrebi, quella attorno al riutilizzo delle ex caserme militari (Masini, Sani e Mazzoni) e, non ultimo, il progetto del Passante di Mezzo.

Distributori, l’opposizione alla realizzazione su terreni agricoli

Risale ad un anno fa il via libera definitivo dell’Amministrazione comunale alla costruzione di sette nuovi grandi impianti di distribuzione di benzina su terreno agricolo e coltivato. Si tratta di grossi impianti in prossimità di alcune uscite della tangenziale o nelle vicinanze di grossi centri commerciali: uno in via Marco Emilio Lepido, uno in via Alcide De Gasperi, uno in via Cristoforo Colombo, uno in viale Europa/Calamosco, due in via Galeazzo Marescotti e uno in via Gazzoni. Diverse collocazioni ma un tratto comune: dovrebbero tutti sorgere su campi attualmente coltivati, o a grano o ad orto.

“La delibera Comunale che permette che su suolo agricolo vengano costruiti i distributori è del settembre 2019 ed è passata nel silenzio generale – lamenta il comitato Pane Non Oil – dopo pareri contrari da parte della cittadinanza, dei quartieri, delle associazioni di categoria.
Alla riapertura post-Covid sono iniziati i picchettamenti dei terreni, segno che i lavori per scavare le vasche necessarie al deposito di benzine ed altri idrocarburi stanno cominciando.
“Abbiamo contattato il Quartiere San Donato – osserva ai nostri microfoni Carla Zanarini del comitato – Ci hanno risposto che l’ultima parola spetta al Comune”.
Le rimostranze dei Quartieri, che inizialmente riguardavano i rischi per la sicurezza e l’inquinamento dei terreni, sono tuttavia rientrate e ora il progetto procede senza ostacoli.

I temi sollevati dal comitato sono diversi. Quello più sentito attiene alla sovranità alimentare.
“Perché costruire su terreni agricoli, dove viene coltivato grano, per barattare queste grandi aree di servizio? – continua Zanarini – Potevano essere individuate altre aree, già urbanizzate e impermeabilizzate”. Il comitato, che si definisce un “grumo di resistenza contadina”, sottolinea l’importanza di avere zone di pregio anche paesaggistico che contribuiscano alla produzione di cibo, in un Paese come l’Italia che importa molto e in un contesto, come quello della pandemia, in cui la chiusura delle frontiere è sempre possibile.

Un altro tema è quello della mobilità e della sostenibilità ambientale. La costruzione di aree di servizio per carburanti fossili, per quanto preveda la realizzazione di colonnine per la ricarica delle auto elettriche, va nella direzione dell’incentivare il trasporto privato e inquinante.
“Io ricordo quando si ragionava di trasferire il mercato ortofrutticolo da via Fioravanti al Caab – osserva l’attivista del comitato – e la nuova destinazione era stata individuata per trasferire il trasporto da gomma a ferro”. Una discussione che sembra lontana anni luce oggi.

In un intervento la vicesindaca Valentina Orioli ha sottolineato come il progetto sia stato pensato perché “sono stati dismessi i distributori di carburante interni ai centri urbani proprio perché hanno un certo tipo di impatto e di pericolosità associati strettamente ai centri abitati”.
L’iter seguito per la realizzazione dei distributori, ammette lo stesso comitato, è formalmente corretto, ma quello che chiede “Pane Non Oil” è di trovare il coraggio di rivedere un percorso già iniziato seguendo la logica di interesse per la collettività.

ASCOLTA L’INTERVISTA A CARLA ZANARINI: