I risultati di un’inchiesta condotta su un campione di 109 aziende metalmeccaniche di Bologna e svolta coinvolgendo Rsu e Rls della Fiom, con riferimento all’attuale emergenza sanitaria e al grado di coinvolgimento dei comitati aziendali Covid, fanno risuonare un campanello d’allarme: se, infatti, nella Fase 1 emergeva un dato positivo di coinvolgimento delle aziende e sono stati presi accordi per introdurre norme a favore dei lavoratori, ora a prevalere è il “fai da te” aziendale e emerge che, in occasione di casi positivi, non viene convocato tempestivamente il comitato Covid in azienda (con la presenza di Rsu ed Rls) per un’opportuna informazione.

«Nella Fase 1 i protocolli e i comitati servivano per riaprire le aziende, perché il Dpcm sembrava che sostenesse l’impostazione secondo cui, se le aziende avessero seguito i protocolli, avrebbero potuto riaprire. Oggi, i comitati non servono a riaprire, le aziende sono aperte, non c’è una discussione per chiuderle, e i protocolli, quindi, diventano meno interessanti – afferma Michele Bulgarelli, segretario della Fiom di Bologna – Nonostante ci siano eccezioni positive che continuano con lo stesso spirito della primavera, perché hanno un modello di relazioni fondato sulla condivisione, ho l’impressione che quello spirito in realtà mascherasse, in alcune imprese, la necessità di poter riaprire: allora così non usciamo dalla crisi migliori un po’ tutti, ma torniamo alle brutte abitudini di prima».

Aziende metalmeccaniche e Covid: i risultati dell’inchiesta

Il campione dell’indagine, chiusa venerdì scorso e svolta attraverso un questionario compilato nelle ultime due settimane, è stato rivolto a 109 aziende metalmeccaniche, che occupano oltre 21391 addetti e dove il totale di Rsu ed Rls della Fiom presenti raggiunge i 399: questi numeri rappresentano «un terzo dell’intera forza lavoro metalmeccanica a Bologna e la stragrande maggioranza delle aziende sindacalizzate», spiega Bulgarelli.
L’inchiesta ha rilevato la presenza di 292 positivi al Covid, con una percentuale positivi su totale (più di 21000 addetti) del 2,53%. C’è, però, un margine di sottostima del numero perché nel 14% delle aziende in esame, i delegati sindacali rispondono che, non essendo stati coinvolti, non sanno dare un numero.

Inoltre, solo nel 43% delle aziende, in occasione della identificazione dei casi positivi, è stato tempestivamente convocato il comitato Covid per un’opportuna informazione in merito alla gestione del caso (sospensioni cautelative, tracciamento, discussione di modalità di copertura retributiva dei lavoratori messi a casa). Nel 38% dei casi i delegati, invece, rispondono in maniera negativa e il restante 19% non è coinvolto.
Stessa percentuale si registra sul ruolo del medico competente, che dovrebbe svolgere un ruolo attivo nel tracciamento dei contatti stretti al caso positivo: solo il 44% dei componenti dei comitati Covid per parte sindacale dichiara un ruolo attivo del medico.

Se nella metà delle aziende metalmeccaniche c’è almeno un caso positivo, in un quarto delle aziende ci sono lavoratori in smart working in quanto hanno figli (fino a 14 anni) in quarantena determinata da positivi nelle scuole.
Nella primavera scorsa, invece, per fronteggiare la prima ondata del virus, circa in una azienda su due sono stati firmati accordi per introdurre norme a favore dei lavoratori (sterilizzazione del comporto, turni e orari di lavoro per garantire il distanziamento, permessi aggiuntivi, smart working). Inoltre, le misure di prevenzione e protezione adottate in azienda nella Fase 1 della crisi sanitaria sono state condivise con il sindacato nel 77% dei casi. Questo, il dato estremamente positivo.

Il dato preoccupante, invece, è che in questa seconda ondata si rileva una grossa discrepanza: i primi dati presi in esame, infatti, «in cui meno della metà delle aziende hanno un livello di coinvolgimento sull’informazione dei casi Covid, rilevano una distanza tra una Fase 1, che era segnata dallo spirito dei protocolli nazionali e da un coinvolgimento vero nei luoghi di lavoro tra direzioni aziendali e parte sindacale, e questa Fase 2 dove, nonostante ci sia un ruolo importante soprattutto delle grandi imprese che mantengono quello spirito positivo, registriamo un rischio di “fai da te” aziendale», conclude il segretario generale della Fiom.

Rosarianna Romano

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