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La sentenza di condanna per devastazione e saccheggio nei confronti dei manifestanti che parteciparono alle proteste contro il G8 di Genova del 2001 raffrontate a quelle nei confronti dei poliziotti della Diaz gridano vendetta.

Il dato è tanto evidente da risultare banale e la deduzione che anche un bambino può trarre è, per usare un grosso eufemismo, diseducativa.
Da un lato abbiamo le condanne ai poliziotti responsabili del massacro della scuola Diaz, dove le forze dell’ordine fecero irruzione lasciandosi dietro una copiosa scia di sangue. Pochi mesi di carcere, nessuno dei quali scontati nelle patrie galere, vuoi per prescrizione vuoi per indulto. Le stesse pene accessorie, l’interdizione dai pubblici uffici, hanno un peso relativo: 5 anni di allontanamento per chi ordinò l’irruzione.
Dall’altro lato abbiamo le condanne ai manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Molti degli imputati si sono visti comminare una decina o più di anni di reclusione per aver, in sostanza, distrutto un bancomat.

Il sillogismo è lapalissiano: rompere una testa con un manganello è poco grave, danneggiare un oggetto è gravissimo. Ergo: gli oggetti valgono più delle persone.
Volendo accantonare la valenza politica delle vicende che riguardano i fatti di Genova 2001, così come il messaggio che è stato lanciato dalle aule dei tribunali, mai come ora rappresentanti intransigenti del cosiddetto “ordine costituito”, si possono commentare le sentenze anche da un punto di vista socio-economico.
Poiché nelle stesse aule di tribunale campeggia la scritta “La legge è uguale per tutti”, faremo finta di ignorare che la legge muta forma a seconda del vestito che si indossa. Faremo finta di considerare i poliziotti condannati non già portatori di una divisa, ma semplici esseri umani.
Ecco: la morale che se ne trae è che la mercificazione che questo modello economico propina, la stessa che veniva contestata nelle piazze di Genova 12 anni fa, ha permeato a tal punto la società da rendere più preziose le merci e le altre fonti di profitto rispetto alle vite umane.

Non è una scoperta nuova. La storia delle barriere europee ci dava già molti indizi. Non è un caso, infatti, se ai confini degli Stati sono scomparse prima le dogane per le merci che le frontiere per gli esseri umani. Non è un caso, infatti, se l’Europa sta pensando di mettere mano a quella norma minima di civiltà che è il trattato di Schengen; non è un caso nemmeno se si continua a morire nel Mediterraneo nel tentativo di sbarcare in questo continente.
Questo sottile filo rosso-sangue ha guidato le politiche italiane e mondiali degli ultimi vent’anni almeno. Diversi i pretesti addotti, uguali le soluzioni. Che sia la “guerra al terrore” post 11 settembre o la “crisi economica”, il risultato non cambia.

La “normalizzazione snaturante” prosegue e si traduce nelle misure in materia di pensioni e di mercato di lavoro o, per sintetizzare, nello slogan “produci, consuma, crepa”.
Chi tenta, anche piuttosto inefficacemente, di mettere in discussione questo assioma, chi tenta semplicemente di rappresentare un dissenso incorre nella più dura repressione. Perché i simboli, come un bancomat, sono importanti. Molto importanti. E i giudici, che riescono benissimo a dimenticarsi di essere persone e rimangono rappresentanti di uno stato, non hanno problemi a proclamare sentenze pesantissime. “Vagli a spiegare che è primavera. E poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”, cantava Fabrizio De Andrè.

Anche se non fanno più presa, continuano pure i ritornelli della “sicurezza collettiva”, del “bene dei cittadini” e tutte le operazioni linguistiche di orwelliana memoria.
Non fanno più presa, ma la reazione non si vede. Prima non si vedeva perché una falsa forma di benessere ci ha impigriti, ora non si vede perché la crisi è diventata il nuovo spauracchio.
La situazione attuale sembra quella descritta da Ascanio Celestini in un suo monologo: il popolo s’incazza, monta la protesta, le masse si radunano con fare rivoluzionario fin sotto al Parlamento, ma quando davvero il governo ha paura, il popolo risponde: “Scherzavo! Ma che ti credevi davvero che avrei fatto la rivoluzione?”.