Giovedì 12 novembre, alle 12.00, il Comune di Bologna consegnerà la cittadinanza onoraria a Nasrin Sotoudeh, avvocata e attivista dei diritti umani in Iran.
Nasrin è “finita in carcere solo perché difendeva delle ragazze che, per la protesta, si toglievano il velo: un minimo diritto di ogni donna, non chiedevano chissà cosa, chi vuole portare lo porta chi non vuole non lo porta. Solo che in Iran finiscono in carcere e non danno un mese o due: gli anni sono da cinque a sette. Nasrin è stata vista come un pericolo contro il governo, contro il regime iraniano”, afferma ai nostri microfoni l’iraniana Sohyla Arjmand, attivista e ideatrice del gruppo Donne per Nasrin.

Nasrin Sotoudeh, condannata a 33 anni e 148 frustate, recentemente è uscita dal carcere, ma non è stata liberata: ha avuto un permesso per motivi di salute. Nell’augurio che quest’ultimo rappresenti una via possibile per la scarcerazione, a ritirare il riconoscimento per Nasrin sarà proprio Sohyla Arjmand, in quanto “testimone vero della situazione, una che ha subito e lo sa cosa vuol dire”, come lei stessa si definisce ai nostri microfoni.
La cerimonia sarà trasmessa in diretta online, sul canale Youtube del Comune di Bologna.

Nasrin Sotoudeh, l’avvocata e attivista per i diritti delle donne in Iran

Sono trascorsi più di quarant’anni dal 30 marzo 1979 quando, attraverso un referendum favorevole (98,2%), l’Iran diveniva una Repubblica islamica, nella quale la novità risiedeva nel caricare l’Islam di una missione di riscatto dalla servitù americana e occidentale.
Da allora la religiosità divenne il pilastro fondante dell’azione politica, la cui scia si respira ancora oggi. Per le donne rappresentò un passo indietro nell’affermazione dei loro diritti: nonostante le ragazze continuarono ad avere il diritto di voto e a frequentare la scuola, tra le prime leggi vi furono, per esempio, il divieto di divorzio e di aborto, la riduzione dell’età da marito a nove anni e la pena di morte per adulterio.

Al tempo dello Scià, invece, si poteva bere il vino e la birra, ballare, nuotare in costume da bagno, andare dal parrucchiere; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute e le adultere. Tuttavia, la situazione non era affatto delle migliori: si massacrava la gente nelle piazze ed era l’Occidente a stabilire il futuro dell’Iran.
Negli anni successivi, si cercò di stemperare il regime creato da Khomeini: Ahmadinejad, infatti, promise di allentare le maglie alle molte restrizioni femminili (dalle norme sull’abbigliamento al tentativo di abrogare il divieto alle donne di assistere a manifestazioni sportive alle quali partecipino anche gli uomini come spettatori).

Tuttavia, le parole di Sohyla Arjmand ci dimostrano che, per le donne iraniane, la strada da percorrere è ancora molto lunga: “non posso fare nient’altro che dire, come un portavoce, quello che succede in Iran, dove nessuno parla”, afferma l’attivista.
Khomeini, dal quale ebbe inizio questa teocrazia limitante soprattutto per il ruolo della donna, definiva la veste islamica “per le donne giovani e perbene”: davanti a queste parole Oriana Fallaci – unica donna a intervistarlo – offesa, gettò via lo chador, aprì il mantello e spostò il foulard.
Per una donna iraniana, invece, un gesto simile comprometterebbe la sua vita futura: l’avvocata aveva fatto anche uno sciopero della fame, insieme ad altri prigionieri politici, “per la situazione nel carcere, ma anche per essere liberati perché non avevano nessuna colpa, hanno chiesto un piccolo diritto, non hanno ammazzato nessuno”, dichiara Arjmand.

In più, anche sua figlia è stata arrestata per aver tolto il velo, un giorno che era andata a trovare la mamma. Nasrin, allora, ha mosso anche uno sciopero contro le visite dei suoi familiari, finché a sua figlia non è stata revocata l’accusa: “dopo undici settimane ha visto suo marito solo la scorsa settimana”, conclude l’attivista, aggiungendo che “tramite Nasrin possiamo parlare di tanti e sconosciuti, tanti che sono lì dentro ingiustamente, tanti che hanno avuto la pena di morte ingiustamente”.

Rosarianna Romano

ASCOLTA L’INTERVISTA A SOHYLA ARJMAND: