Tra il 29 settembre e il 5 ottobre di 76 anni fa, nel territorio dei Comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno che comprendono le pendici di Monte Sole, veniva compiuta la più grande strage nazifascista del secondo conflitto mondiale. 780 furono le vittime comprovate, soprattutto donne, bambini e anziani, nei borghi rurali dell’Appennino bolognese.
Le commemorazioni cominciano oggi, con la deposizione di corone e raggiungeranno l’apice il 4 ottobre, con la messa officiata dal cardinale Matteo Zuppi e le orazioni di Valter Cardi, presidente del Comitato onoranze caduti di Marzabotto, la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi e il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano.

Monte Sole e la memoria difficile

Il programma delle iniziative proseguirà fino all’11 ottobre con proiezioni di film e documentari, camminate della memoria, presentazioni di libri, spettacoli e incontri.
Tra questi ultimi spicca l’appuntamento del 3 ottobre, alle 18.00, al Teatro comunale di Marzabotto, quando verrà presentato il progetto “Le stragi nell’Italia occupata 1943-45 nella memoria dei loro autori“.
“Si tratta di un progetto a cui lavoriamo da un annetto con l’Università di Colonia – spiega ai nostri microfoni Elena Monicelli della Scuola di Pace di Monte Sole – La nostra attenzione va sul ‘come è stato possibile’, non tanto sul ‘mai più’. Vogliamo scavare le ragioni di ciò che è avvenuto”.

Alla presentazione del progetto seguirà l’incontro dal titolo ancora più esplicito: “Convivere con memorie difficili. Negazione, silenzi e ambiguità nelle famiglie tedesche del dopoguerra“, a cui parteciperanno Carlo Gentile dell’Universität zu Köln, il giornalista Udo Gümpel e Nils Olger, regista del documentario “Eine Eiserne Kassette – Una cassetta di ferro“.
“Sia dal punto di vista storico che da quello giornalistico – continua Monicelli – introduciamo lo sguardo di chi ha compiuto gli eccidi, dal momento che Gentile ha avuto accesso a documenti importanti, dalle biografie allo stato di servizio di alcuni dei soldati presenti, mentre Gümpel, in occasione della nuova stagione processuale dei primi anni Duemila, ha avuto modo di intervistare alcuni degli autori della strage, provando a chiedere loro conto di quello che avevano fatto”.

A coronare tutto è il film di Olger, che ha scoperto che suo nonno faceva parte della 16^ Divisione corazzata granatieri delle SS, responsabile dell’eccidio. A causa di questa scoperta Olger decide di volerne sapere di più e, seguendo le tracce, arriva a fino due giorni prima l’inizio dell’eccidio, quando suo nonno in realtà viene trasferito. “Questo documentario ci racconta di un viaggio incredibile nelle memorie traumatiche del passato – osserva Monicelli – L’aspetto interessante è che il concetto di trauma si può applicare tanto alle vittime quanto ai discendenti dei perpetratori, quindi come si affronta un episodio di questo genere nelle generazioni future”.

Da un paio di anni in Germania si sta ricominciando a lavorare molto sul tema della memoria dei discendenti degli autori delle violenze. “La prima generazione che ha cominciato a chiedere conto è quella degli anni ’60, basti pensare al ’68 e alla rottura con i genitori – conclude Monicelli –
In Germania i figli hanno cominciato a rivolgersi ai genitori o ai nonni chiedendo ‘ma tu dov’eri?’. Questo è un trauma incredibile dal punto di vista sia collettivo e sociale, sia psicologico. Non è un caso che spesso le dinamiche che si sviluppano siano simili: le persone che hanno subito violenze inenarrabili a volte decidono di non parlare, ma anche chi le ha compiute decide di non parlare”.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ELENA MONICELLI: