A venticinque anni da ‘Oylem Goylem’, Moni Ovadia porta in scena al Teatro Duse di Bologna (18 novembre alle 21) il suo nuovo spettacolo “Dio ride”, accompagnato dalle musiche dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra.

Il protagonista è il personaggio del vecchio ebreo errante Simkha Rabinovich, che insieme a cinque musicanti vagabondi sale di nuovo a bordo della zattera per raccontare nuove storie di esiliati. Oggi come allora, i musicanti lo accompagnano con i loro strumenti e con lui rievocano le melodie che quel mondo aveva creato per vivere le feste, le celebrazioni e i riti di passaggio. Curioso a tal proposito il sottotitolo dello spettacolo, “Nish Koshe”, che in yiddish significa “così così”. “Perché è la vita che è così”, scherza l’autore ai nostri microfoni.

In diretta al nostro “Last minute”, Moni Ovadia descrive un panorama radicalmente cambiato rispetto a quello di venticinque anni fa: “C’è stato un cambio turbinoso in peggio. I grandi potentati multinazionali si sono impadroniti del mondo, e anche la politica nazionale conta poco”. Se allora nel primo spettacolo veniva raccontata la diaspora delle popolazioni della mitteleuropa, qui il protagonista è costretto invece a tornare poiché respinto dai muri, con particolare riferimento a quello israeliano: “Un muro terrificante che segrega un popolo. Sono caduti nella trappola dei nazisti.”

Più nello specifico, l’attore ribadisce infine come “si possa essere filo sionisti e antisemiti” allo stesso tempo, con riferimento agli ottimi rapporti tra il presidente Trump e Netanyahu, andando dunque a mettere in evidenza un cortocircuito pregno di motivi di riflessione.

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