Il dibattito sulla regolarizzazione dei migranti in Italia ha assunto toni osceni. C’è il solito Matteo Salvini che agita lo spauracchio dell’invasione, dimenticandosi di dire che quei migranti sono già sul suolo italiano e che la sanatoria li porterebbe all’emersione; c’è il M5S con Vito Crimi, che dimostra ancora una volta la confusione ideologica che gli permette di allearsi con chiunque e che non riesce ad argomentare le ragioni del proprio rifiuto; ma c’è anche la ministra Teresa Bellanova, che nel proporre un provvedimento giusto come la regolarizzazione, la vincola nel suo discorso alla funzionalità della manodopera straniera per l’agroindustria italiana. In altre parole, diritti solo per chi si fa sfruttare nei campi.

Migranti: i diritti non sono vincolati allo sfruttamento

Il “peccato originale” è rappresentato dalla legge Bossi-Fini, che ha vincolato la possibilità di avere un permesso di soggiorno ad un contratto di lavoro. Un vincolo che a quanto pare non è solo tecnico, ma si è trasformato in ideologia, al punto da non creare problemi concettuali a chi lo brandisce oggi nel dibattito in corso.
La retorica razzista in cui primeggia la Lega è stata interiorizzata anche da altre forze politiche e lo dimostra il fatto che, nella sua proposta, Bellanova fissi un limite temporale di sei mesi per il permesso di soggiorno. Il messaggio che passa è esattamente quello di una concessione dettata da esigenze produttive, non del riconoscimento di un diritto.

A tradurre queste considerazioni in un quadro giuridico è l’avvocata Nazzarena Zorzella dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che in un articolo spiega cosa dice la Costituzione e argomenta la proposta avanzata da un gruppo di associazioni, di cui la stessa Asgi fa parte, per una regolarizzazione svincolata dal lavoro.
Nella sua analisi, Zorzella cita l’articolo 2 e l’articolo 32 della Costituzione, che evocano la dignità – dunque la visibilità giuridica – e il diritto alla salute sia individuale che collettiva di ogni persona, migranti inclusi.

“Da trent’anni è la legislazione italiana ad aver creato irregolarità e clandestinità – osserva Zorzella ai nostri microfoni – tant’è vero che due milioni di migranti dei 3,8 non comunitari presenti in Italia con regolare permesso di soggiorno lo hanno ottenuto attraverso una regolarizzazione”.
Procedere in questo senso, con una regolarizzazione limitata solo ad alcuni settori per chi lavora in nero, del resto, risulta discriminatorio in virtù dello stesso articolo 3 della Costituzione.

La proposta di Asgi ed altre associazioni

Asgi, Arci, Libera, Oxfam ed altre associazioni lo scorso 22 aprile hanno avanzato una differente proposta di regolarizzazione. Gli obiettivi sono due: l’emersione dall’invisibilità di migliaia di persone che vivono e/o lavorano nel territorio italiano ed una conseguente migliore tutela della salute personale e pubblica. Per raggiungerli sono previste due opzioni: la richiesta di permesso per “ricerca occupazione”, di durata annuale e convertibile alla scadenza, oppure la richiesta di emersione dal lavoro irregolare, con sospensione dei procedimenti penali, amministrativi o fiscali in capo al datore di lavoro, fino all’esito del procedimento e loro estinzione in caso di definizione positiva, con rilascio di un permesso di soggiorno per lavoro di durata annuale e convertibile alle condizioni di legge. Tutto inteso a livello generale e non per alcuni settori produttivi specifici.

La proposta della ministra Bellanova, del resto, presenta anche problemi di natura tecnica. Con un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi si avrebbe più carico di lavoro per le questure, che ogni sei mesi si vedrebbero costrette a dover processare almeno 600mila pratiche, che a catena peserebbero anche sulle Asl per il rinnovo della tessera sanitaria. Aggravio che non si avrebbe con la proposta di Asgi, che prevede un permesso inizialmente annuale e successivamente rinnovabile per due anni per ragioni di famiglia e lavoro.

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