Si definiranno nazionalisti, ma i metodi che utilizzano per aggredire e criminalizzare i solidali sono gli stessi su scala globale. Dal confine italo-francese a quello tra Messico e Stati Uniti, passando tra Serbia e Croazia, la caccia al migrante e i tentativi di reprimere chi aiuta le persone in difficoltà sono i medesimi. E quel che è peggio è che hanno l’appoggio delle istituzioni, dalle forze di polizia alle aule di tribunale.
Quello che è successo a Šid, una piccola cittadina serba al confine con la Croazia, si inserisce a pieno titolo in queste dinamiche. Un gruppo di attivisti di No Name Kitchen che aiutava i migranti in transito sulla rotta balcanica è stato prima aggredito dai nazionalisti cetnici, poi trascinato sul banco degli imputati, condannato senza potersi difendere e, ora, oggetto di un foglio di via.

Migranti, l’aggressione ai solidali

A raccontare ai nostri microfoni quanto accaduto è uno dei protagonisti, Adalberto Parenti, che fa parte di No Name Kitchen, un’organizzazione che opera in Serbia per prestare soccorso e aiuto ai migranti che attraversano quei Paesi per arrivare in Europa.
“Il 25 gennaio ci siamo recati in una fabbrica abbandonata dove prima dormivano molti migranti in transito – racconta l’attivista – Ora le persone si trovano nei centri, la fabbrica non è più utilizzata per dormire, ma è rimasto un punto di ritrovo”. I volontari di No Name Kitchen effettuano sopralluoghi per verificare se ci sono persone che hanno bisogno di assistenza, ma in quell’occasione hanno incontrato un gruppo di operai, che erano lì per pulire la zona. Sulla loro automobile, però, campeggiava la bandiera di un gruppo nazionalista serbo, i cosiddetti cetnici.

Gli operai avevano acceso un pira dove stavano bruciando le cose trovate nella zona, tra cui tende e sacchi a pelo dei migranti che ogni tanto si accampano nei dintorni.
“Quando le volontarie si sono avvicinate per cercare di recuperare alcuni oggetti, sono state respinte e colpite affinché lasciassero il luogo – racconta Parenti – Al rientro le nostre volontarie sono passate dal commissariato di polizia per riferire l’accaduto e sono state invitate ad avvertire le autorità qualora si fosse verificato di nuovo”.

Pochi giorni dopo, il primo febbraio, si è ripetuta la stessa scena, ma questa volta i nazionalisti hanno spintonato gli attivisti e hanno gettato benzina sulla tenda dalla quale i solidali stavano raccogliendo coperte e sacchi a pelo, appiccando il fuoco.
“Una di queste persone, in divisa paramilitare, ha rotto anche il cellulare di un’attivista con una manganellata”, racconta Parenti.
Riparatisi in un vicino parcheggio, i solidali sono stati apostrofati anche dal vicesindaco della cittadina ma, all’arrivo della polizia, la loro posizione si è presto trasformata da vittime dell’aggressione ad imputati.

Il processo ai solidali

“Siamo stati trattenuti in centrale per sei ore e, successivamente, siamo stati portati in tribunale”, racconta l’attivista. Senza la possibilità di raccontare preventivamente la loro versione, ma soprattutto senza l’assistenza di un avvocato, sono stati processati per direttissima sulla base delle testimonianze degli aggressori, due dei quali hanno interpretato il ruolo delle vittime, e condannati al pagamento di una multa di 20mila dinari (circa 170 euro).
Usciti dal tribunale e riportati al commissariato, gli attivisti di No Name Kitchen hanno ricevuto un foglio di via, un documento che intima loro di lasciare il Paese entro una settimana e non farvi ritorno per sei mesi.

“Questa è una china molto pericolosa – sottolinea Parenti – In Serbia ci sono delle ong che fanno cose che magari urtano la sensibilità delle istituzioni e, se basta la dichiarazione di qualcuno, è facile allontanarle senza passare per le vie legali necessarie”.
L’attivista aggiunge di essere consapevole che No Name Kitchen aveva idee diverse da alcuni gruppi serbi, ma l’impedire di offrire un servizio a persone in difficoltà è un passaggio ulteriore molto pericoloso.

La solidarietà e il mailbombing

La notizia di quanto accaduto a Šid ha iniziato a circolare nei canali di movimento, in particolare tra le componenti che si definiscono “no border”, ma non solo. A tal proposito, contro questa palese violazione dei diritti, è stato organizzato anche un mailbombing verso l’ambasciata serba in Italia, che risponde all’indirizzo amb.roma@mfa.rs.
Il testo suggerito per il messaggio elettronico recita: “Siamo venuti a conoscenza degli episodi di violenza avvenuti il 01.02.2020 e dei provvedimenti di espulsione nei confronti dei volontari di No Name Kitchen che aiutano i migranti a Sid (Serbia). Vi chiediamo di intervenire perché venga revocato subito il provvedimento che gli impone di lasciare la Serbia in modo che possano continuare a portare aiuti umanitari ai migranti”.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ADALBERTO PARENTI: