“Il dibattito italiano attorno alla riforma del Mes è pretestuoso”. Lo sostiene ai nostri microfoni il giornalista di Valori.it Nicola Borzi, che abbiamo interpellato per comprendere cos’è, come funziona e come verrà modificato il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes appunto), detto anche Fondo Salva Stati.
“La discussione attorno alla riforma è iniziata durante il precedente governo – continua Borzi – per cui è incredibile che la Lega, che ora se ne vuole tirare fuori, non sapesse”.

Mes: che cos’è e come cambierà

Il Mes è un organismo che esiste già dal 2010, creato alla luce della crisi finanziaria che ha investito alcuni Paesi europei, che è intervenuto per fornire risorse quando la situazione del debito pubblico di uno Stato stava andando fuori controllo. Queste risorse possono essere utilizzate in due modi: o come prestiti diretti agli Stati in difficoltà o come una garanzia pubblica di intervento se degli Stati la richiedono.

I punti della riforma del Mes che stanno alimentando la discussione nel nostro Paese sono essenzialmente due. “Il primo è che la nomina dei componenti del board dell’assemblea che gestirà il Mes viene sostanzialmente sottratta alla discussione dei Parlamenti e viene attribuita ai governi – spiega il giornalista – La seconda modifica prevede l’inserimento sui titoli del debito pubblico di tutti i Paesi che faranno parte del Mes le cosiddette clausole di azione collettiva, che modificano quelle che esistono già oggi. Sono dei meccanismi giuridici per i quali, se si vuole fare la revisione del debito di un Paese, cioè tagliare il rimborso ai creditori o un taglio agli interessi, serve una maggioranza dei detentori dei titoli. Fino ad oggi bisognava prendere questa decisione coi creditori per ciascuna emissione di titolo, mentre in futuro verranno convocati tutti insieme in un’assemblea generale”.

Un punto che Borzi sottolinea e che non viene molto dibattuto riguarda il sostanziale potere di veto di tre Stati membri, Germania, Francia e Italia.
“Non è un potere di veto esplicito – sottolinea il giornalista – ma poiché per attivare l’erogazione dei crediti serve una maggioranza dell’85% del capitale della Bce, solo quei tre Paesi detengono da soli più del 15%, quindi hanno la possibilità di bloccare l’eventuale erogazione”.

La situazione dell’Italia e i rischi che corre

“Qualsiasi titolo emesso comporta delle responsabilità – afferma Borzi – Tu emetti un titolo andando a chiedere a qualcuno i suoi soldi con l’impegno a restituirli. È su questo che si gioca la tua credibilità”.
Negli ultimi vent’anni, però, il debito pubblico italiano è esploso e ora ha raggiunto la soglia critica del 130-140% rispetto al pil, mentre secondo il Trattato di Maastricht dovrebbe essere la metà.
“In un’economia che non cresce, come quella italiana – continua Borzi – e in cui si emette sempre nuovo debito, se non si interrompe questa spirale si crea un problema e cioè che qualcuno sostenga che il debito pubblico italiano è insostenibile”. Questo potrebbe portare gli investitori a non fidarsi più e a non comprarlo.

In questa prospettiva, gli scenari possibili se il nostro Paese non fosse in grado di gestire il proprio debito sarebbero due: o una ristrutturazione ordinata, come si dice in termini tecnici, attraverso un accordo con i creditori per una restituzione che preveda il taglio del capitale e degli interessi; o una ristrutturazione disordinata del debito, che equivale al default come quello dell’Argentina, le cui conseguenze sarebbero devastanti.

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