La prima della Madama Butterfly al Teatro Comunale di Bologna è stata accolta tra applausi generali senza riserve per nessun aspetto della messa in scena.

Non ci sono abiti tradizionali giapponesi, kimoni, obi e kanzashi tra i capelli, l’ambientazione è contemporanea: una metropoli giapponese in cui sovrasta su tutto la pubblicità che invita a mangiare o bere prodotti americani e suggerisce alle donne di farsi un “ritocchino” per avere gli occhi tondi all’occidentale, come quello delle anime che campeggiano sui muri dei palazzi, o il seno più prorompente per essere più desiderabili.

Il Giappone rappresentato dal pensiero registico di Michieletto e visualizzato dalla scenografia di Paolo Fantin non ha nulla di romantico nè della tradizione, è il Giappone delle periferie delle metropoli dove tutto è in vendita, tanto il cibo da strada, come le giovani donne che cercano di attirare l’attenzione dei turisti per farsi fotografare e finire magari su una rivista di moda o per essere letteralmente comprate come ogni altra merce esposta.

Michieletto espone i corpi di giovani donne poco più che adolescenti in vetrina ponendo al centro della scena una stanza di plexiglass dalle pareti mobili, come le case tradizionali giapponesi. Già ad apertura di sipario tutto è chiaro per lo spettatore: si vendono donne per il piacere sessuale dei migliori offerenti.

Il turismo sessuale ci è ben noto, tante le mete, spesso orientali, predilette da chi pratica questo tipo di turismo, le prede, giovanissime, povere e bisognose di sostegno economico per la propria famiglia.

Il libretto di Illica e Giacosa calza perfettamente con questa trasposizione contemporanea, non ci sono stonature tra le parole pronunciate dai personaggi e la situazione registica. Ogni parola detta è credibile in quella realtà visualizzata, i personaggi appaiono tutti realistici. Non c’è un movimento che non sia cinematografico, contenuto, vero, coerente (forse l’unica eccezione è un lancio spropositato contro un cartellone pubblicitario di un oggetto, forse un bambolotto, da parte di F.B. Pinkerton, ovvero Angelo Villari, nel finale del primo atto). Si assiste allo spettacolo incantati non solo dalla musica trascinante, ma dalla coerenza tra la rappresentazione e il testo che viene cantato, ci si sente come immersi in quella realtà di povertà e di illusione di una quindicenne completamente fiduciosa rispetto le promesse di benessere e d’amore di uno Yankee danaroso che pensa di comprarla per 999 anni come, secondo legge giapponese, pur d’invenzione del libretto, si può comprare una casa come una moglie con diritto di recesso anche dopo solo un mese “d’utilizzo”.

Mentre guardiamo la felicità pura negli occhi ingenui di Cho- Cho- San, pensiamo al reale inganno di tante fanciulle a diverse latitudini del mondo, vendute, sfruttate sessualmente e poi abbandonate al proprio destino dopo l’utilizzo vacanziero e allora quella ragazzina con la maglietta rosa di Hello Kitty che canta con voce avvolgente, calda e delicata allo stesso tempo, con la gioiosità di una innamorata che sogna il ritorno del suo amato sulla nave bianca, ci pare quanto di più vero possa essere rappresentato.

Perfetta è l’interpretazione di Karah Son nei panni della adolescente Cho- Cho- San, sognante, entusiasta come può essere una ragazzina che sogna l’idea dell’amore ancora legata ai suoi peluche, alla sua infanzia appena trascorsa e capace di accogliere un figlio come un tenero gioco d’amore nell’attesa del ritorno del principe che la condurrà via. Nulla di affettato nei suoi gesti, tutte le impressioni visive e acustiche, custodite nella nostra mente delle cantanti del passato che hanno interpretato quel ruolo, vengono spazzate via dalla naturalezza con cui Karah Son ci porta nel mondo realistico eppure teatrale pensato dal regista. E’ una Butterfly diversa, non paragonabile, è la rappresentazione di un dramma sociale, come potrebbe essere fatto in un documentario, ma con la forza e la bellezza della musica di Puccini che innalza la denuncia ponendola sul piano dell’arte.

Se Cho- Cho- San canta di vedere sempre il cielo azzurro e rappresenta l’illusione, la credulità delle promesse d’amore del colonizzatore, Suzuki rappresenta il piano di realtà, è colei che tiene i piedi per terra e le rammenta che “siamo male in arnese”, la miseria incombe e sarebbe bene che dopo tre anni di attesa si rassegnasse e si ritenesse libera di sposare il nuovo pretendente che salverebbe lei e il figlio dalla fame. Il pretendente è Yamadori pronto a giurarle “fede costante”. Ma Butterfly non è pronta a rinunciare alle sue illusioni e si dichiara americana, sposa di un americano, mentre torna la melodia di The star spangled, quello che è divenuto l’inno americano, all’epoca di Puccini era ancora solo l’inno della marina degli Stati Uniti, che è legato al personaggio Pinkerton in contrasto alle melodie giapponesi così appariscenti nel tessuto musicale, perchè lontane dal sistema tonale, che raccontano, come commenta Gregorio Moppi nel libretto, più che l’esotismo dell’ambientazione, l’alienazione della giovane chiusa nella sua gabbia di vetro soffiato, ghermita come una farfalla pronta per essere sacrificata, attraverso il sesso, all’uomo d’oltre mare. Sappiamo, è il libretto a dircelo che là, oltre mare, “se cade in man dell’uom, ogni farfalla da uno spillo e trafitta ed in tavola infitta”. La tragedia è preannunciata fin dal primo atto, in quelle parole pronunciate nell’unico momento di apparente dolcezza d’amore.

Nella “recita” del matrimonio da burletta è davvero molto credibile Angelo Villari, come lo sono anche il sensale Goro, interpretato da Cristiano Olivieri, davvero perfetto come intrallazzatore, mezzo pappone e losco figuro. Completa il quadro della trappola perfetta per la giovane preda il console Sharpless, Dario Solari,che tuttavia dimostra qualche preoccupazione per la fanciulla che crede che tutto sia vero ed è fiduciosa del suo amore.

Tutto lo spettacolo mostra come la società giri attorno ai soldi e allo scambio di merci, tutto è in vendita e nemmeno i bambini di strada credono alla poesia di una barchetta di carta che fanno a pezzi negando al piccolo di Cho- Cho- San, l’illusione che il padre arrivi su di una vera nave a portarlo in America per essere felice insieme alla mamma.

In realtà lo Yankee vagabondo arriverà sul suo bel macchinone costoso, ma per rapirlo per crescerlo come un americano, senza che il quadretto familiare contempli la giovane madre. Il dramma si compie, ma non con la spada rituale: non ci può essere tradizione, onore in questo scorcio di periferia della Nagasaki odierna, c’è una morte squallida, con colpo di pistola, come potrebbe accadere sul serio in un vicolo della disperazione. Sul crescendo della musica, che emoziona e commuove, il gesto dell’uomo bianco è predatorio, non può che essere così nel quadro che si è costruito, rapisce letteralmente il bambino e lo mette in macchina accanto alla sua moglie bionda e cento per cento americana cancellando ogni ricordo della tenerezza provata un’istante solo per la moglie per finta che ormai non è più.

Spettacolo godibile e intenso, la musica risulta completamente inglobata nella narrazione registica senza alcun iato, potente l’orchesta abilmente diretta dal maestro Pinchas Steinberg che abbraccia sul palco, come un nonno amabile, la piccola Karah Son, che si merita davvero il nostro plauso per la sua interpretazione contemporanea, credibile e delicata.