Le voci sono qualcosa più di rumors, dal momento che le dichiarazioni del premier Giuseppe Conte confermano implicitamente la notizia. Questo pomeriggio Luigi Di Maio dovrebbe fare un passo indietro e lasciare il ruolo da capo politico del M5S.
Le picconate prese dai pentastellati durante la leadership di Di Maio non sono poche, dalla migrazione dei consensi verso la Lega alle promesse non mantenute sulla Tap e altre questioni. Tuttavia queste non sono le uniche ragioni che porterebbero il ministro degli Esteri ad annunciare questa scelta. Molto, infatti, si evince dalle parole di Conte, secondo cui “Di Maio è stato tirato per la giacchetta“.

M5S, la contesa interna alla forza politica

“A questo punto si è arrivati perché Di Maio, dal punto di vista delle questioni strategiche della politica del M5S è stretto tra due opzioni e lui è sempre stato molto abile a imboccare un bivio senza dover scegliere“, osserva ai nostri microfoni il giornalista Giuliano Santoro.
In particolare, le opzioni all’interno del M5S sono due: una ostile all’alleanza col centrosinistra, rappresentata da Casaleggio e Di Battista e l’altra, molto forte tra i parlamentari e scelta anche da Beppe Grillo, che è quella di scegliere definitivamente il campo del centrosinistra.

“Di Maio ha sempre optato per una terza via – continua Santoro – nel senso che ha sempre detto ‘cerchiamo di essere l’ago della bilancia tra le due coalizioni, scegliere di volta in volta dove contiamo di più’. Una sorta di centrismo 2.0, ma che ora non regge più”.
In un contesto politico polarizzato come quello dell’Italia di oggi, la possibilità di allearsi indistintamente con l’estrema destra o col centrosinistra, in effetti, non sembra pagare a livello elettorale, specie per una forza politica che non ha mai mostrato un’idea forte e completa.

La mossa di Di Maio

Più che l’annuncio, che ormai danno tutti per scontato e previsto nel pomeriggio di oggi, molto interessante potrebbe essere il contenuto, come sottolinea il giornalista stesso: “Più del se è importante il come – osserva Santoro – perché Di Maio dovrebbe lasciare contestualmente alla nomina dei cosiddetti facilitatori regionali, che però restano in carica e decadono insieme al capo politico, quindi sarebbe singolare che li nominasse e decadessero contestualmente”.
Quello di Di Maio potrebbe essere un passo indietro soft, che prevede una reggenza collettiva fino a marzo, quando si terranno gli stati generali del Movimento, nei quali potrebbe ripresentarsi senza l’onere della responsabilità e come figura ideale per sanare i contrasti interni.

Difficile, invece, immaginare un ritorno in campo di Alessandro Di Battista, che ora è stato assorbito da Casaleggio nello staff di Rousseau e la cui figura è poco gradita ai parlamentari, sia della vecchia che della nuova guardia.
Un’ulteriore incognita è legata ai risultati delle elezioni regionali di domenica prossima in Emilia Romagna, a cui tutti ormai attribuiscono una valenza nazionale e che potrebbero decidere anche la sorte del governo. “Se la spuntasse Bonaccini – sottolinea Santoro – i parlamentari del M5S che spingono per l’alleanza col centrosinistra potrebbero trovare ancora più coraggio”.

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