Negli ultimi giorni sono incappato in un articolo curioso sul tema delle lamentele dei datori di lavoro che non trovano personale. Dopo un paio di settimane in cui la stampa mainstream ha adottato una narrazione pedissequamente schiacciata su posizioni padronali, agitando la presunta oziosità dei giovani che preferirebbero percepire le briciole del reddito di cittadinanza invece di rimboccarsi le maniche, qualcosa è cambiato grazie a chi ha fatto notare che, di fronte a salari da fame, è giusto rifiutarsi di lavorare.
A quel punto i giornali di proprietà di grossi gruppi industriali hanno corretto un po’ il tiro, introducendo il concetto di “percezione dello sfruttamento“.

Percezione, un argomento della politica per mistificare la realtà

Per spiegare il fenomeno di chi si rifiuta di lavorare a condizioni pessime e ancor meno diritti, alcuni quotidiani hanno scritto che i posti sono vacanti perché c’è chi percepisce di essere sfruttato. In questo modo il focus si sposta dallo sfruttatore – l’imprenditore che pretende di avere accesso alla forza lavoro senza remunerarla adeguatamente – al lavoratore, che si sentirebbe vittima. L’implicito, il messaggio non espresso da questa narrazione è ovviamente quello dei choosy di Elsa Fornero, ma è interessante, a questo punto, stare al gioco e tentare un’analisi di come il concetto di “percezione” venga utilizzato dalla politica e dai ceti dirigenti per giustificare o delegittimare le posizioni dell’opinione pubblica.

Percezione

Non è infatti la prima volta che la “percezione” fa capolino nel lessico politico, ma l’utilizzo che se n’è fatto finora andava in senso inverso a quello adottato oggi.
Il campo in cui la percezione è stata usata e abusata è quello della sicurezza. Il presunto “degrado” è stato il vettore attraverso cui tanto le amministrazioni locali che i governi hanno giustificato misure securitarie che hanno portato a una progressiva militarizzazione delle città. Di fronte alle obiezioni suffragate dai dati, che registrano un calo di reati ormai da una decina d’anni, più di un politico e di un esponente istituzionale ci ha spiegato che ciò che conta non è la realtà, ma la percezione di insicurezza della cittadinanza, a cui occorre dare risposta.
In altre parole, se un cittadino si sente insicuro perché nei pressi della sua abitazione staziona una persona indigente o con un colore della pelle diverso, non bisogna dirgli che è un intollerante classista o razzista, ma bisogna allontanare quelle persone che turbano la sua percezione di sicurezza.

Quelle appena descritte sono, in estrema sintesi, le politiche praticate tanto dalla destra quando dal centrosinistra negli ultimi vent’anni.Oggi, però, della percezione si fa un utilizzo differente nel discorso pubblico. Se il tema è il lavoro e non la sicurezza, ecco che la percezione torna ad essere una categoria della fantasia, un sentimento che non troverebbe conferma nella realtà – soprattutto perché quella conferma non viene cercata, anzi si nega l’evidenza – e il cittadino-lavoratore non viene più descritto come una vittima a cui bisogna fornire risposte, ma come uno svogliato che vede i fantasmi.
Non importa dire che tanto il primo quanto il secondo utilizzo della percezione rispondano ad una precisa ideologia socio-economica, che sarebbe il caso di abbattere.

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