Ieri alla Camera si è registrata una bagarre innescata dai parlamentari della Lega che non hanno gradito le critiche di Riccardo Ricciardi (M5S) alla gestione lombarda della crisi sanitaria causata dal coronavirus. Il presidente Roberto Fico ha dovuto sospendere la seduta proprio a causa delle proteste dei deputati leghisti.

Il segnale di quanto accaduto in Parlamento è abbastanza inequivocabile: il M5S ha toccato un nervo scoperto della gestione del governatore leghista Attilio Fontana, che ha portato la Lombardia ad essere la regione dove si sono registrati quasi la metà dei decessi e più di un terzo dei contagi sull’intero territorio nazionale. E mentre in Italia negli ultimi giorni la curva epidemiologica è positiva, segnando un calo di tutti gli indicatori, la regione lombarda non segue l’andamento generale.

Lombardia: i nodi della gestione fallimentare

Nel suo intervento, il deputato del M5S ha citato un esempio per tutti: l’ospedale realizzato in Fiera a Milano, costato 21 milioni di euro ed utilizzato da nemmeno una trentina di persone. Un esempio di sperpero di denaro pubblico che sottende ad una concezione specifica del sistema sanitario e ad un conflitto istituzionale tra Regione e Governo che non si è fermato nemmeno davanti ai morti.

“Quelle risorse potevano essere investite ad esempio per dotare i cittadini, ma soprattutto gli operatori sanitari e delle rsa di mascherine, guanti, scanner per la temperatura e misuratori della saturazione del sangue durante le prime fasi dell’emergenza”, osserva ai nostri microfoni Andrea Cegna, giornalista di Radio Onda d’Urto di Brescia.
Insieme a lui abbiamo passato in rassegna i principali nodi che hanno reso la gestione lombarda così drammatica e fallimentare.

“Negli ultimi giorni – racconta Cegna – si parla tanto della necessità di tracciare e capire se le persone sono o sono state ammalate, ma in Lombardia i test sierologici e spesso anche poi i tamponi sono legati alla sanità privata e non c’è nemmeno un meccanismo di segnalazione automatica dei positivi al servizio sanitario pubblico”.
Il modello lombardo, dunque, nell’analisi di Cegna è schiacciato sulla sanità privata che, nonostante i disastri vissuti in regione, non viene messo in discussione.

La produzione e le mancate zone rosse

Se si incrociano i dati dell’Istat sulle attività produttive che hanno continuato l’attività anche durante il lockdown con quelli di Iss e Protezione Civile sui focolai le mappe coincidono. Il tema del legame tra produzione e contagi è uno degli elementi chiave per comprendere la diffusione del virus e l’esplosione della pandemia, soprattutto in zone come Bergamo e Brescia.
“I principali focolai si trovano laddove ci sono delle contiguità tra le città e la produzione – sottolinea il giornalista – e soprattutto dove non c’è stato il coraggio di fermarsi istituendo delle zone rosse”.

I casi più noti sono quelli di Alzano lombardo e Nembro, che sono attaccate alla città di Bergamo, ma anche a Orzinuovi in provincia di Brescia. “Anch’esso era stato indicato dall’Istituto Superiore di Sanità come necessitante di una zona rossa e proprio lì vediamo che Bergamo e Brescia sono state, sicuramente nella fase iniziale della pandemia, le due province lombarde maggiormente colpite.

Il suicidio delle rsa

Quanto accaduto al Pio Albergo Trivulzio, dove sono morte 405 persone ospitate, ha fatto scalpore, ma il problema si è registrato in tutte le rsa, le residenze per anziani, della regione. Oltre a non aver tempestivamente ed adeguatamente protetto gli operatori e gli ospiti, che appartengono a categorie a rischio, la Regione ha dato indicazione di trasferirvi pazienti positivi al Covid-19 per liberare posti negli ospedali.
Il tema è oggetto di inchieste della magistratura e complessivamente nelle rsa si registra il 40% dei decessi per coronavirus.

Il conflitto istituzionale

Fin dall’inizio dell’emergenza si è registrato uno scontro, tutt’ora il corso, tra Regioni e Governo sulla gestione della crisi. “Lo scontro risponde ad una dinamica politica anche complessa – afferma Cegna – Sicuramente i governatori della Lega hanno giocato la partita dell’autonomia differenziata, del sogno di un Paese regionalizzato usando la scusa del Covid-19. Alcuni l’hanno fatto meglio, come Zaia in Veneto, alcuni l’hanno fatto peggio. Si è scontato che nemmeno di fronte ad una pandemia si abbiano delle logiche comuni nel sistema sanitario. Di fronte ad un virus che non risconosce certo i confini comunali, provinciali e regionali ci vorrebbe un protocollo unico a livello italiano su come muoveri, mentre soprattutto nella fase iniziale le Regioni hanno fatto un po’ come volevano”.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANDREA CEGNA: