In Etiopia è sempre più concreto il rischio di una guerra civile. Lo si evince dalla forte preoccupazione espressa dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, che teme per la stabilità dell’intera regione del Corno d’Africa e chiede una de-escalation delle tensioni immediata e una risoluzione pacifica delle controversie.
A fronteggiarsi militarmente, negli ultimi giorni, sono stati il Fronte Polare di Liberazione del Tigray e l’esercito che fa riferimento al presidente Abiy Ahmed Ali, che solo l’anno scorso era stato insignito del Premio Nobel per la Pace.

Guerra civile, un’ipotesi non più remota per l’Etiopia

La tensione aveva iniziato a salire nel settembre scorso, quando nella regione del Tigray, al confine con l’Eritrea, la popolazione ha votato per le elezioni locali in aperta contrarietà a quanto deciso dal governo federale, che avrebbe voluto invece posticipare le votazioni a causa dell’emergenza Covid-19. Addis Abeba ha definito il voto “illegale” e interrotto i rapporti istituzionali con le autorità tigrine, nonché i trasferimenti di denaro.
Il punto critico, però, è stato raggiunto lo scorso 4 novembre, quando il Fronte popolare di liberazione del Tigray ha attaccato una base militare del governo.

L’atto è stato giudicato da Addis Abeba come un punto di non ritorno. “Il governo ha cercato di evitare la guerra, ma la guerra non può essere evitata solo da una parte ha dichiarato il premier Abiy Ahmed – L’ultimo punto della linea rossa è superato. Per salvare il Paese l’uso della forza è diventata l’ultima alternativa”. Di qui l’operazione militare ordinata dal governo federale.
A nulla sono serviti gli appelli della comunità internazionale per scongiurare il confronto armato. I primi dati, che sono arrivati questa mattina dal Sudan, parlando di oltre seimila rifugiati che hanno attraversato la frontiera, mentre i rappresentanti delle Nazioni Unite lanciano l’allarme per 200mila possibili profughi.

“Una chiave di lettura – racconta ai nostri microfoni il giornalista dell’Agenzia Dire Vincenzo Giardina – è senz’altro la riforma federalista imposta al Paese negli ultimi due decenni, quindi i rapporti tra le realtà regionali, in particolare il Tigray dove abitano oltre cinque milioni di abitanti, e il centro federale rappresentato dal premier Abiy Ahmed”.
Quest’ultimo è il primo presidente appartenente alla comunità oromo che, spiega il giornalista, era sempre stata ai margini della vita politica etiope. Al contrario, i tigrini sono sempre stati tra i protagonisti ma, dall’arrivo di Abiy nel 2018, lamentano una estromissione.

Il premio Nobel per la Pace ad Abiy Ahmed è arrivato l’anno scorso per la normalizzazione dei rapporti con l’Eritrea ed è un paradosso sottolineato da molti che ora sia impegnato in una guerra.
Anche i rapporti con l’Eritrea forniscono una chiave di lettura dei conflitti. In particolare, in Tigray il Tplf accusa l’Eritrea di aver preso parte all’offensiva militare del governo federale etiope. “Una ricostruzione che è stata respinta dall’Etiopia – racconta Giardina – evidentemente anche in virtù del riavvicinamento col presidente eritreo, però emerge il rischio di un conflitto che investe un’area, quella del Corno d’Africa, che anche nell’immaginario è attraversata da tensioni”.

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