Nell’ultimo dpcm, annunciato dal premier Giuseppe Conte, è indicato che oggi, 14 aprile, le librerie potranno riaprire. La misura è stata accolta con favore da alcuni, che apprezzano l’inclusione del libro tra i beni considerati essenziali, ma fuori dalla retorica ci sono oltre 250 librerie che hanno annunciato che oggi non riapriranno e scritto il perché in una lettera indirizzata proprio al presidente del Consiglio. In sei principali punti Led – Librai, editori e distributori in rete sintetizza i problemi che una riapertura in tre giorni, dall’annuncio di venerdì scorso ad oggi, comporterebbe sia dal punto di vista sanitario, della sicurezza, ma anche per ciò che attiene alla sostenibilità economica e alla dimensione simbolica della scelta.

Librerie ancora chiuse: ecco perché

Il primo punto evocato da Led attiene alla questione sanitaria. “Sono state previste delle indicazioni precise per la sicurezza del nostro lavoro, come l’adozione di specifici dispositivi? E nel caso: quali? – si legge nella lettera – Il lavoro del libraio, infatti, prevede un tempo lungo della comunicazione verbale faccia a faccia, una pratica che, se non precisamente regolata, comporta in questo momento degli evidenti rischi di sicurezza sanitaria”. Anche il secondo punto riguarda lo stesso tema e sottolinea come i librai siano lavoratori come tutti gli altri, che si spostano anche con mezzi pubblici e che quindi possono contagiarsi ed essere veicolo di contagio.

Altri punti riguardano la questione economica. “Ci sono molti librai che hanno concordato una sospensione dell’affitto per i locali della libreria – osserva ai nostri microfoni Franco Di Battista, libraio di Empatia di Teramo – Qualora riprendessero l’attività dovrebbero tornare a sostenere le spese vive dell’attività economica, come l’affitto, le bollette, la fatturazione. Il tutto mentre per il resto della popolazione rimangono in vigore severe restrizioni e il rischio è che non ci sia la copertura economica delle spese”. In altre parole, in un contesto in cui le persone rimangono chiuse in casa, è difficile che una piccola libreria, che già nella normalità fatica a far quadrare i conti, possa risultare economicamente sostenibile.

I librai di Led hanno rigettato anche la retorica che li vorrebbe come “farmacisti dell’anima”. “Siamo lavoratori come tutti gli altri”, sottolinea Di Battista. Quindi è inopportuno ogni gesto di coraggio, che in queste settimane, come abbiamo visto, si è talvolta trasformato in martirio là dove le attività lavorative non sono state interrotte.
Poiché in queste settimane i librai non si sono fermati, mettendo in piedi iniziative anche creative di consegna a domicilio, sarebbe stato più opportuno un intervento governativo in questo senso. “Perché non creare un fondo nazionale o una partnership con i servizi postali, simile nella premessa alle iniziative attualmente sostenute dal contributo libero degli editori, ma su finanziamento statale, per aiutare le librerie a sostenere la gestione economica delle forme alternative di vendita attualmente in atto?”, chiedono i firmatari della lettera.

Le misure di sostegno e le pressioni dei grandi gruppi editoriali

Il decreto “Cura Italia”, che è stato approvato in Senato e che ora passa all’esame della Camera, non contiene misure specifiche per le librerie. Il sostegno previsto è quello per le altre categorie del commercio e si sintetizza nel credito d’imposta al 60% per l’affitto, nei 600 euro per le partite iva o nella possibilità della cassa integrazione per i dipendenti. Misure che già oggi riscontrano problemi e che i firmatari della lettera non sono sicuri che proseguiranno: “In questo momento sono attive delle misure di welfare (…) pensate per contribuire alla sostenibilità economica degli esercizi commerciali. Quali certezze abbiamo che queste misure verranno mantenute anche dopo la riapertura ‘simbolica’?”.

La fretta con cui si è arrivati alla decisione del governo, senza aver dato il tempo e la possibilità ai librai per organizzarsi, potrebbe essere dettata da grandi pressioni ai vertici della catena.
“Quello che pensiamo noi – osserva Di Battista – è che ci siano delle grosse spinte da parte dei grandi gruppi editoriali per far ripartire la filiera del libro, per far ripartire la distribuzione, per riaprire le loro grandi catene di librerie e per far uscire quei libri che sono rimasti appesi dall’inizio di marzo ad oggi. Quindi la retorica della libreria come simbolo, come bene essenziale, ha dietro sempre degli interessi economici”.

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