Cosa fanno le ong finanziate dal governo italiano nei centri di detenzione libici? Una domanda a cui risponde il rapporto pubblicato oggi dall’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione, che ha analizzato i profili critici delle attività delle ong italiane finanziate dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo.
Se il sistema dei centri di detenzione libici “è troppo compromesso per essere aggiustato”, come aveva detto il Commissario Onu per i diritti umani, l’opera delle ong in territorio libico si proponeva di “ridurre il danno”, migliorare le condizioni detentive e il rispetto dei diritti umani. Ma dal rapporto emerge che non è sempre così.
“Non è un caso se, nel 2017, la stragrande maggioranza delle ong rifiutò di prestarsi a questo intervento”, osserva ai nostri microfoni Alberto Pasquero di Asgi.

Libia, il rapporto di Asgi sulle ong

Tutto nasce da un finanziamento che aveva suscitato, fin dall’emanazione del primo bando a novembre 2017, non poche polemiche, sia perché “il sistema di detenzione per migranti in Libia è caratterizzato da gravissimi e sistematici abusi – osserva Asgi – sia per la vicinanza temporale con gli accordi Italia-Libia del febbraio 2017.
L’iniziativa, infatti, era sembrata da subito un modo per mostrare un “volto umano” del sistema finanziato dall’Italia per il contenimento dei flussi migratori verso il nostro Paese, in particolare con i respingimenti per procura operati dalla Guardia costiera libica, ma prima ancora con la detenzione arbitraria di richiedenti asilo.
I centri di detenzione libici, soprattutto quelli ubicati nei dintorni di Tripoli che sono beneficiari della maggior parte degli interventi italiani, sono destinati ad ospitare anche migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera, a cui l’Italia ha fornito e tuttora fornisce un decisivo appoggio economico, politico e operativo.

Il rapporto di Asgi si interroga sulle conseguenze giuridiche degli interventi attuati, a spese del contribuente italiano, nei centri di detenzione libici. Anzitutto mettendo in discussione la logica stessa dell’intervento ideato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, mostrando come in larga misura le condizioni disumane nei centri, che i bandi mirano in parte a migliorare, dipendano da precise scelte del governo di Tripoli. “I bandi – scrive Asgi – non condizionano l’erogazione delle prestazioni ad alcun impegno da parte del governo libico a rimediare a tali criticità, rendendo così l’intervento italiano inefficace e non sostenibile nel tempo”.

Il rapporto osserva come nei centri nei pressi di Tripoli le ong italiane svolgano un’attività strutturale, che si sostituisce in parte alle responsabilità di gestione quotidiana dei centri che spetterebbe al governo libico. Inoltre, alcuni interventi non sono a beneficio dei detenuti ma della struttura detentiva, preservandone la solidità strutturale e la sua capacità di ospitare, anche in futuro, nuovi prigionieri. In terzo luogo, alcuni interventi sono volti a mantenere in efficienza infrastrutture anche costrittive, come cancelli e recinzioni, cosicché potrebbe profilarsi un contributo al mantenimento di detenuti nella disponibilità di soggetti notoriamente
coinvolti in gravissime violazioni di diritti fondamentali.

Infine, il rapporto si interroga sulla destinazione effettiva dei beni e dei servizi erogati. L’assenza di personale italiano sul campo e il fatto che i centri siano in gran parte gestiti da milizie indubbiamente ostacolano un controllo effettivo sulla destinazione dei beni acquistati. “L’approssimativa rendicontazione da parte di alcune ong delle spese sostenute – sottolinea l’associazione di giuristi – sembra avvalorare il quadro di scarso o nullo controllo su quanto effettivamente attuato dagli implementing partner libici sul campo. Non può così escludersi che di almeno parte dei fondi abbiano beneficiato i gestori dei centri, ossia quelle stesse milizie che sono talora anche attori del conflitto armato sul territorio libico nonché autori delle già ricordate sevizie ai danni dei detenuti”.

Il rapporto conclude osservando che l’intervento italiano è direttamente funzionale alla strategia di contenimento dei flussi irregolari di migranti attraverso meccanismi per la loro intercettazione, trasferimento in Libia, detenzione e successiva rimozione dal territorio libico attraverso rimpatrio nel paese di origine o resettlement in Paesi terzi.
Per discutere del rapporto, Asgi ha organizzato una tavola rotonda, che si terrà sulla piattaforma Zoom il 27 luglio alle ore 15.00, a cui sono state invitate Aics e le ong interessate.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ALBERTO PASQUERO: