“Sono in un vicolo cieco”. Con queste parole il premier libanese Saʿd Ḥarīrī ha rassegnato le dimissioni dopo due settimane di proteste in tutto il Paese. La popolazione libanese è scesa in piazza contro la crisi economica, la corruzione, l’incapacità della classe dirigente e soprattutto le misure di austerity con cui il governo cercava di porre rimedio alla crisi del debito pubblico per evitare il default. Tra queste, la cosiddetta Whatsapp Tax è sicuramente la misura che ha ingolosito di più il sensazionalismo dei giornalisti.
“In realtà – racconta ai nostri microfoni Giuseppe Russo, coordinatore regionale per il Medioriente di We World-Gvc onlus, che ha progetti nella zona – qualche giorno prima un grande incendio ha devastato un’area del Paese, lo Shuf, e ha scatenato molta rabbia il fatto che alcuni canadair non potessero intervenire per spegnere le fiamme dal momento che non era stata mai fatta una manutenzione”.

Libano: l’austerity ha fatto superare le divisioni

Le proteste, fermatesi ieri con le dimissioni di Hariri, segnano un passaggio storico per il Libano. Mai, infatti, le proteste erano state così spontanee, partecipate, diffuse in tutte le zone del Paese e, soprattutto, animate da tutte le componenti sociali, dagli sciiti ai sunniti e ai cristiani. Migliaia di persone scese in piazza per affermare che non era giusto che fosse la popolazione, già piegata dalla crisi economica, a pagare i debiti creati da una classe politica incapace di gestire la situazione.
La gestione del potere nel Paese mediorientale, ricorda il responsabile della ong, è lottizzata e inalterata dalla fine della guerra civile e le rivendicazioni dei manifestanti riguardavano proprio la caduta di tutta la classe politica.

L’instabilità e gli scenari incerti

Difficile prevedere cosa accadrà ora in un Paese cruciale nel Medioriente, la cui instabilità non è di certo aiutata dalla presenza di un milione e mezzo di profughi che rendono il Libano il primo Paese per densità di rifugiati per abitante al mondo.
“Dopo la notizia delle dimissioni di Hariri – racconta Russo – sono stati i tolti i blocchi alle strade e le piazze si sono svuotate. La riapertura delle banche e delle scuole, che in questi giorni sono state chiuse, potrebbe contribuire a far calare la tensione, ma è difficile prevedere quello che accadrà. Se nascerà un governo che darà risposte alle richieste sociali della popolazione, potrebbe tornare la stabilità, in caso contrario non è da escludere lo scenario figurato dal leader di Hezbollah, cioè il ritorno alla guerra civile“.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIUSEPPE RUSSO: