L’immagine della Guardia costiera greca che bastona e spara a un gommone carico di migranti che cerca di sbarcare sull’isola di Lesbo ha fatto il giro del mondo e indignato tante e tanti. Allo stesso modo, la morte di un bambino registrata ieri e le aggressioni e i blocchi stradali dell’estrema destra e di alcuni isolani non fanno altro che sottolineare una crisi umanitaria che è stata causata dall’abbandono del governo greco guidato da Kyriakos Mītsotakīs e dell’Unione europea.

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Lesbo, dall’accoglienza alle tensioni

A fotografare la situazione ai nostri microfoni è il giornalista Cosimo Caridi, che si trova proprio a Lesbo.
“Lesbo è un’isola accogliente – afferma il giornalista – solo nel 2015 sono passate di qui tra le 600 e le 900mila persone. È un’isola che salvava le persone in mare, che pian piano l’attraversavano e arrivavano sul continente”.
Negli ultimi due anni, però, i trasferimenti dall’isola alla terra ferma hanno iniziato ad avvenire sempre più lentamente, fino agli ultimi sei mesi, quando i trasferimenti si sono fermati.

La situazione attuale vede un’isola con una comunità di 25mila persone e un campo profughi di 20mila persone.
“La situazione è estrema di suo – osserva Caridi – In più la notizia della decisione di Erdogan di spingere i profughi verso l’Europa ha fatto salire la tensione”.
In un contesto così difficile, inoltre, è nata una questione politica interna all’isola, con una parte di cittadini che si sono appoggiati all’estrema destra di Alba Dorata. Di qui i blocchi stradali, gli attacchi a giornalisti, attivisti e lavoratori delle ong.

Le isole greche come gabbie

Gli eventi degli ultimi giorni hanno dunque definitivamente traumatizzato l’isola, ma la situazione attuale è la conclusione di un periodo di sei-otto mesi di abbandono dell’isola da parte del governo greco e dell’Unione Europea. “Non si vede un funzionario europeo da molto tempo – sottolinea il giornalista – e il governo greco ha mandato poliziotti per permettere la costruzione di un nuovo campo profughi che la popolazione non vuole”.

“Da quando tutte le isole greche sono state scelte come gabbia per trattenere i migranti che non vengono riconosciuti né come richiedenti asilo né come migranti economici – spiega il giornalista – sono diventati degli enormi manicomi, dei grandissimi campi profughi in cui le persone sono costrette a rimanere fino a 18 mesi, non sapendo quale sarà il loro futuro”.
Caridi evoca Basaglia per spiegare l’idea di manicomio: a subirne conseguenze non sono solo i reclusi, ma anche chi ci lavora e chi vive all’esterno.

Gli arrivi e la repressione della Guardia costiera

Solo nella giornata di ieri, su Lesbo sono arrivate mille persone. Questa mattina non si è ancora visto un gommone, ma la situazione può cambiare in poche ore.
“Questa mattina la Guardia costiera greca ha deciso di fare un’esercitazione militare in mare, con proiettili veri, per fare in modo che le persone che vorrebbero partire dalla Turchia si sentano in pericolo e non partano”.

Le persone arrivate negli ultimi due giorni, inoltre, stanno dormendo in spiaggia perché l’estrema destra e alcuni isolani stanno bloccando le strade che conducono al campo profughi.
“Inoltre – racconta il giornalista – chi è all’interno del campo rischia la violenza se tenta di uscire. E anche noi giornalisti e gli operatori siamo molto limitati nei movimenti”. Uno stallo di cui non si vede la fine e la cui soluzione passa necessariamente da un accordo tra Bruxelles, Berlino ed Ankara.

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