Si intitola “Dietro le quinte” la ricerca realizzata da Sergio Bologna e Anna Soru – in collaborazione con Mattia Cavani e Silvia Gola per Acta, l’associazione di freelance – che verrà presentata giovedì pomeriggio a Bologna, all’interno di un seminario di studio nel Dipartimento di Sociologia e Diritto all’Economia dell’Università di Bologna. Una ricerca che indaga le condizioni di lavoro di chi opera nel settore dell’audiovisivo, che grazie alle piattaforme ha registrato un vero e proprio boom di fatturato a cui non sono corrisposti migliori trattamenti economici per lavoratrici e lavoratori.

Serie tv frutto di sfruttamento lavorativo, la ricerca di Acta

«Secondo le stime dell’European Audiovisual Observatory – racconta ai nostri microfoni Gola – nel giro di dieci anni in Europa l’audiovisivo, soprattutto per quanto riguarda le piattaforme over-the-top come Netflix, Amazon e Disney plus, è passato da un fatturato di circa 380 milioni di euro del 2010 agli 11 miliardi del 2020». Un vero e proprio boom che però non ha generato lo “sgocciolamento” postulato nella teoria del “trickle-down”.
«Anzi, quello che ci hanno confermato i nostri quasi 60 intervistati – continua l’esponente di Acta – è che negli ultimi 10-15 anni i compensi per i lavoratori autonomi si sono abbassati».

In altre parole, lo stato di salute del mercato audiovisivo non corrisponde a migliori condizioni per chi lavora.
In particolare sono le figure autoriali quelle che prestano la propria opera con forme di lavoro autonomo e i loro compensi non vengono indicizzati all’inflazione e al carovita.
«Molti dei nostri intervistati, anche molto giovani e con professionalità golose dal punto di vista dell’offerta di lavoro – osserva Gola – ci hanno raccontato come Netflix, entrando in Italia, non abbia portato con sé tariffe più alte, ma si sia adeguato alle tariffe vigenti che sono basse».

Un problema che riguarda anche le altre piattaforme per contenuti audiovisivi on-demand, come serie tv e documentari, che si occupano di intrattenimento. Un intrattenimento, quindi, che viene pagato da chi ci lavora, «come avviene anche negli altri settori del lavoro cognitivo – sottolinea l’esponente di Acta – Per dirla con una battuta, Netflix è il nostro intrattenimento e per altri è sfruttamento».

Nella vorticosa ascesa di fatturato dell’audiovisivo, la pandemia ha giocato un ruolo importante. E se per i lavoratori dello spettacolo dal vivo è stata l’occasione per portare alla luce dell’opinione pubblica le proprie condizioni di lavoro a causa dei locali e dei teatri chiusi, per i lavoratori dell’audiovisivo questa presa di coscienza non c’è stata e le vertenze collettive non sono scattate.
«L’espansione dell’audiovisivo sotto pandemia è stata così frenetica – sottolinea Gola – che non c’è stato un momento di presa di coscienza perché hanno continuato a lavorare. La nostra ricerca non vuole rimanere confinata alla pubblicazione, ma essendo noi un’associazione parasindacale, la speranza è che vengano fuori delle esperienze di rivendicazione nel settore».

Il seminario di studio in cui verrà presentata la ricerca è organizzato dal Cidospel e si svolgerà giovedì 26 gennaio, dalle 15.00 alle 17.00 in Aula Ardigò di Palazzo Hercolani, in Strada Maggiore 45. Oltre a Sergio Bologna e Anna Soru, che presenteranno la ricerca, interverranno la stessa Silvia Gola insieme a Mattia Cavani, Nicolò Cuppini, Mattia Frapporti, Marco Marrone, Maurilio Pirone, coordinati da Federico Chicchi.

ASCOLTA L’INTERVISTA A SILVIA GOLA:

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