Tra le 80 eccezioni contenute nell’ultimo decreto del presidente del Consiglio dei ministri, che avrebbe lo scopo di fermare la produzione in Italia per fermare i contagi da coronavirus, l’ha spuntata anche la produzioni di armi. La fabbricazione bellica è dunque considerata un’attività essenziale o strategica per lo Stato italiano.
Non sono di questo avviso Rete Italiana per il Disarmo, Rete della Pace e Sbilanciamoci!, che in un appello chiedono che venga fermata la produzione di armi e, al limite, che venga riconvertita.

Fabbriche di armi: strategiche per chi?

“È incomprensibile come sia considerato ‘strategico’ e necessario continuare a far montare un’ala ad un cacciabombardiere o un cingolo ad un carro armato, con il rischio di far contagiare i lavoratori addetti a queste attività – si legge nel comunicato delle tre realtà – Riteniamo inaccettabile chiedere ai lavoratori un sacrificio così alto per una produzione che, oggi, non ha nulla di strategico ed impellente e costituisce solamente un favore all’industria bellica e al business del commercio di armamenti”.

Di qui la richiesta al governo di rivedere subito l’elenco dei settori produttivi esclusi dal blocco, fermando il lavoro di tutte le fabbriche che producono sistemi d’arma, con la sola eccezione di quegli stabilimenti in grado di riconvertire la produzione di macchinari e forniture per rispondere ai bisogno del sistema sanitario. “L’industria bellica non è un settore essenziale e strategico – insistono i promotori dell’appello – questa può essere l’occasione per un ripensamento e una riconversione necessaria, in primo luogo verso produzioni sanitarie”.

Dalle spese militari un bacino per affrontare la crisi

Uno dei temi che spaventa mentre l’emergenza sanitaria è ancora in corso è quello della crisi economica che ne seguirà. Proprio tagliando la spesa militare, però, il nostro Paese potrebbe disporre di una certa quantità di risorse per affrontare le conseguenze della pandemia.
“Certamente non possiamo pensare che sia risolutivo – osserva ai nostri microfoni Francesco Vignarca, portavoce della Rete Italiana Disarmo – poiché la spesa militare è circa l’1,4% del pil. Però da quello possiamo iniziare ad avere una riconversione che non solo permetterebbe di utilizzare subito risorse economiche per nuovi ospedali o nuove scuole, ma che avrebbe anche un effetto economico moltiplicatore molto positivo”.

Vignarca riporta gli studi secondo i quali un investimento nella difesa ha come ritorno, sia dal punto di vista finanziario che produttivo e occupazionale, dei risultati inferiori a quelli che si potrebbero avere investendo invece in altri settori, come ad esempio la riconversione ecologica o la sanità e l’istruzione.
“Un cambio di paradigma – continua il disarmista – magari non sarà subito la soluzione di tutti i mali, ma potrebbe rendere l’investimento di soldi pubblici, cioè di tutti noi, molto più efficace nel medio e lungo periodo”.

Gli errori e i rischi della narrazione militarista

Anche i pacifisti sono preoccupati della narrazione militarista che sta prendendo piede in diversi contesti attorno all’emergenza sanitaria. Oltre ai discorsi di Macron e Trump, ieri si è aggiunto quello del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che ha evocato un’economia post-bellica terminata l’emergenza.
“Sono due i motivi per cui questa narrazione non ci piace – osserva Vignarca – Il primo è che se tu non capisci e non sai nominare un fenomeno nella maniera giusta non lo sai neanche gestire. È come un medico che sbaglia la diagnosi e, di conseguenza, non può procedere con una cura efficace. Il secondo è che la guerra è un’altra cosa. Siamo certamente tutti sotto stress in questo periodo, ma la guerra è cento volte peggio, è vivere in un coprifuoco vero, sotto le bombe e spesso non avendo accesso al cibo o all’acqua”.

La retorica militarista, dunque, serve per annullare tutto, per fare in modo che appaia tutto straordinario e quindi non utilizzare la ragione.
“Usare la metafora della guerra – conclude Vignarca – serve ad alcuni per preparare il proprio tornaconto e già lo stiamo vedendo. Ad esempio dalle parti di Confindustria qualcuno ha detto che servirà un’economia di guerra, tanti soldi ma lo Stato non li deve gestire. A me sembra solo una preparazione per avere un tornaconto ulteriore”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO VIGNARCA: