Mussolini ha fatto anche cose buone“. Questa è un’espressione diventata idiomatica in Italia, al punto da condizionare ancora oggi l’immaginario collettivo. Ma è basata su bufale – fake news si direbbe oggi – messe in giro dallo stesso fascismo e alimentatesi fino ai giorni nostri.
Nel libro “Mussolini ha fatto anche cose buone – Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo” (Bollati Boringhieri), lo storico Francesco Filippi compie un’operazione di debunking per dimostrare la falsità di alcune delle balle più radicate attorno al Duce e alla sua dittatura.
Il libro ha anche una sorta di sequel, “Ma perché siamo ancora fascisti? – Un conto rimasto aperto“, dello stesso editore, che prova a spiegare le ragioni per cui l’Italia non ha mai fatto veramente i conti col fascismo.
Filippi presenterà i suoi libri venerdì prossimo, 10 luglio, alle 21.00, nel giardino della biblioteca di San Giorgio di Piano, in un incontro organizzato dal Comune e dalla sezione locale dell’Anpi.

Fascismo: le bufale per celebrare Mussolini

“Il primo libro nasce dalle richieste dei ragazzi che, con l’associazione Deina di cui faccio parte, accompagno sui luoghi della memoria del Novecento – racconta l’autore ai nostri microfoni – Fermandoci a riflettere ci siamo accorti che si sono ancora tante bufale che circolano sul fascismo”.
Di qui, l’idea di fare un debunking storico per dimostrare che si tratta, appunto, di fake news e false credenze. Fra queste, una delle più perniciose è quella per la quale Mussolini avrebbe regalato alle italiane e agli italiani le pensioni. “Il testo unico della previdenza – ricorda Filippi – è del 1898, mentre la previdenza universale è del 1919”.

Questa bufala è particolarmente fastidiosa perché agisce su due livelli. “Da un lato dipinge Mussolini come una figura paterna, che vuole bene ai nonni – continua l’autore – Dall’altro vuol far credere che abbia regalato un diritto agli italiani, mentre quel diritto è stato conquistato con le lotte”.
Le due date citate, del resto, non sono casuali. Il 1898 è l’anno dei Moti del Pane, repressi dal generale Bava Beccaris a suon di cannonate, su mandato del re Umberto I. Proprio a quest’ultimo quel massacro costò la morte, poiché l’anarchico Gaetano Bresci lo uccise il 29 luglio del 1900 proprio per vendicare la strage di lavoratori.
Allo stesso modo, il 1919 è un anno di manifestazioni all’interno del Biennio Rosso, quando le persone scesero in strada per chiedere che fossero mantenute le promesse fatte dal governo ai soldati della Prima Guerra Mondiale.

Un conto aperto e irrisolto

“Il secondo libro è nato in seguito alle domande che arrivavano dal pubblico durante le presentazioni del primo – osserva Filippi – E la prima domanda era appunto: ‘ma perché siamo ancora fascisti?'”.
Come è noto, dopo la morte di Mussolini il 25 aprile del 1945 in piazzale Loreto, finì il fascismo storico, ma tutti i gerarchi e i militanti vennero riciclati e riassorbiti nelle istituzioni, nel tessuto culturale e politico italiano. “Basti pensare che nel 1946 un ex-repubblichino e firmatario del ‘Manifesto della razza’, come Giorgio Almirante, fonderà il Movimento Sociale Italiano, che attraverserà cinquant’anni di storia repubblicana e il cui simbolo, la fiamma tricolore, è ancora presente nei loghi di forze politiche attualmente in Parlamento”.

Lo storico si dice quindi contrario ad utilizzare l’espressione “neofascismo”, perché la storia italiana è contraddistinta da un continuum con l’esperienza cominciata un secolo fa. Resta però da capire perché quell’ideologia sembra avere molta presa anche oggi.
“Io mi rifaccio molto alla definizione che ne diede Umberto Eco – osserva Filippi – Il fascismo non è un luogo di pensiero dove si formano le idee, ma piuttosto una retorica, un modo di dire le cose”.
Secondo l’autore il fascismo si insinua come una malattia quando la democrazia è in crisi, quando non viene opportunamente curata e fornisce risposte veloci e semplici a problemi complessi.

La voglia di un uomo solo al comando, una figura forte e paternalistica, è ancora piuttosto radicata nel popolo italiano, come ciclicamente testimoniano sondaggi in questo senso.
Ecco perché, dunque, dovremmo preoccuparci della cura della nostra democrazia, per evitare che il morbo fascista ne procuri la morte.

ASCOLTA L’INTERVISTA A FRANCESCO FILIPPI: