Se il governo non riaprirà le scuole o non metterà in campo provvedimenti sostanziali per agevolare il lavoro femminile, il rischio è che molte donne escano dal mercato del lavoro. È il rischio sottolineato da quattro giuriste, che descrivono la situazione che molte donne lavoratrici stanno vivendo durante la pandemia, definita una “rincorsa continua” tra smart-working e smart-schooling.
Al centro, ancora una volta, c’è la divisione sessuale del lavoro, in particolare quello di cura dei figli o dei famigliari, che ricade soprattutto sulle donne, rendendo impossibile una vita già complessa.

Lavoro femminile: l’ulteriore carico nella pandemia

Le avvocate Sabrina Pittarello, Francesca Stangherlin, Clelia Alleri e Mara Congeduti dello Studio Legale Associato di Bologna hanno fotografato la situazione in un contributo intitolato “Il lavoro femminile al tempo del Covid-19: ovvero la “rincorsa continua” tra smart-working e smart-schooling”. Come si evince dal titolo, le avvocate sottolineano la difficile conciliabilità tra lo smart working e le richieste da parte delle aziende sui livelli di produttività da mantenere con l’assistenza prestata ai figli nella didattica a distanza.

“Se si tratta di resistere per un breve periodo è un conto, ma se la didattica a distanza continuerà, molte donne potrebbero essere costrette a fuoriuscire dal mercato del lavoro”, sottolinea ai nostri microfoni Alleri.
È questo il rischio più concreto che l’organizzazione emergenziale produce se alcuni provvedimenti si “cronicizzeranno”. Da questo punto di vista le parole di alcuni giorni fa della ministra della Pubblica Istruzione Lucia Azzolina destano qualche preoccupazione. L’ipotesi che la didattica a distanza prosegua anche all’avvio del nuovo anno scolastico scarica sulle famiglie, quindi in primo luogo sulle donne, il peso della gestione dei figli.

I provvedimenti del governo: pochi e non universali

Le avvocate prendono in esame anche i provvedimenti adottati fin qui dal governo, in particolare quelli introdotti dal d.l. n. 18/2020. “Si trasferisce il ‘rischio’ economico insito nella emergenza sanitaria in atto direttamente sulle famiglie”, sottolineano le autrici, analizzando i problemi di ogni singola misura.
In particolare, il congedo per covid-19 copre al massimo 15 giorni della prestazione lavorativa da rendere mensilmente ed è retribuito con un’indennità pari al 50% della retribuzione, mentre l’importo di 600 euro del bonus baby-sitting consente di retribuire appena 60 ore di lavoro della baby sitter, che riescono a coprire poco più di una settimana lavorativa da 40 ore del genitore che ne usufruisce. Inoltre, le misure includono requisiti e sbarramenti che non le rendono accessibili a molte famiglie.

La direttiva europea n. 1158/2019, al contrario, incoraggia il lavoro femminile e la suddivisione del lavoro di cura tra entrambi i genitori. “Una pari fruizione dei congedi per motivi familiari tra uomini e donne dipende anche da altre misure appropriate – si legge nelle raccomandazioni agli Stati membri – quali l’offerta di servizi accessibili e a prezzi contenuti per la custodia dei bambini e l’assistenza a lungo termine, che sono cruciali per consentire ai genitori e alle altre persone con responsabilità di assistenza di entrare, rimanere o ritornare nel mercato del lavoro. L’eliminazione dei disincentivi economici può anche incoraggiare i percettori di reddito secondario, nella maggior parte dei casi donne, a partecipare pienamente al mercato del lavoro”.

Le soluzioni che le legali individuano, quindi, sono quelle maggiormente idonee a garantire, anche attraverso il graduale ritorno al sistema scuola tradizionale, una concreta condivisione della genitorialità e il conseguente ri-equilibrio delle esigenze lavorative e familiari, con particolare riguardo alla figura della madre che lavora.
“Una delle possibilità evocate – conclude Alleri – è la possibilità di svolgere lezioni all’aperto, in modo da poter garantire la sicurezza e la distanza tra i bambini”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A CLELIA ALLERI: