Mentre buona parte dell’attenzione pubblica in merito ai contagi da Covid-19 continua a concentrarsi sui comportamenti individuali e le uscite di casa più o meno legittime, c’è un esercito di persone che ogni giorno si reca al lavoro, al punto dal far sorgere il dubbio se il lockdown tanto sponsorizzato sia effettivamente la strategia sanitaria adottata dalle autorità italiane.
I dati dell’Istat pubblicati a metà aprile, quindi all’apice della manifestazione dei contagi contratti a fine marzo, rilevavano come a livello nazionale il 55,7% dei lavoratori si recasse in ufficio o in fabbrica. Un dato che è addirittura più alto proprio nelle regioni maggiormente colpite dall’emergenza. A Milano, Lodi e Crema, ad esempio, 7 lavoratori su 10 continuavano la propria attività professionale.

Lavoro e contagio: il principale sospettato

Nell’ultimo discorso alla nazione, quello in cui annunciava i contenuti della cosiddetta Fase 2, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha riportato un dato: il 25% dei contagi avviene dentro le mura domestiche, all’interno della famiglia. Se si considera che le trasgressioni compiute dai cittadini alle misure restrittive sono marginali, è necessario cercare la fonte di contagio altrove e i contatti avvenuti sul luogo di lavoro sono i principali indiziati.

Numerosissime, infatti, sono le segnalazioni che si sono moltiplicate in queste settimane dai luoghi di lavoro. Nonostante il protocollo siglato dal governo con i sindacati confederali, in molti luoghi di lavoro le persone segnalavano di non essere dotate dei dispositivi di protezione individuale prescritti. Oltre a ciò, per molti giorni i trasporti pubblici utilizzati dai pendolari e dalle persone che si recavano in fabbrica o in ufficio non garantivano il distanziamento sociale indicato dalle autorità.

Le pressioni industriali e la priorità dei profitti

In un articolo pubblicato su Jacobin Italia, Marco Morra compie un’analisi dei dati dell’Istat in relazione alle pressioni di Confindustria e altre associazioni datoriali per far ripartire prima possibile la produzione. Dai dati dell’Istituto statistico nazionale, però, emerge come in realtà la produzione non si sia mai fermata completamente poiché in quel 55,7% di lavoratori rientrano anche attività non considerate essenziali. “Sappiamo che il decreto conteneva una norma che permetteva alle aziende di chiedere una deroga al Prefetto locale – scrive Morra – autocertificando di appartenere a una filiera funzionale a quelle essenziali, quindi di continuare a produrre pur non essendo attività essenziali, spesso nel silenzio-assenso dei Prefetti”.

Sempre nell’articolo, l’autore suggerisce di spostare il focus sulle conseguenze economiche della pandemia dall’urgenza o meno di far ripartire subito le attività non essenziali ancora ferme, alla politica economica e industriale lo Stato dovrà adottare per far fronte alla recessione.
In particolare, si esprimono critiche da un lato alle strategie scelte dai sindacati confederali già prima dell’emergenza, poiché limitate ad una concertazione con grossi gruppi industriali e quindi una evidente sproporzione di potere, dall’altro al governo, ostinato a non prendere mai in considerazione il proprio intervento in termini di programmazione economica o nazionalizzazione delle imprese.

Morra scrive quindi che “ è ora di costituire un’agenzia nazionale che si occupi della nazionalizzazione e della riconversione degli stabilimenti in crisi e dei settori strategici, a partire dai settori sanitario, alimentare e delle energie alternative, le uniche che ne usciranno davvero vincitrici dalla crisi del petrolio in corso” e in questa direzione cita l’esempio francese, che è tutto fuorché socialista.
Vista dalla prospettiva dei lavoratori, “non dovremo sederci più al tavolo con chi ci ha sfruttato, affamato e costretto a lavorare anche durante l’epidemia, favorendo la diffusione del contagio pur di mantenere intatti i propri profitti”, conclude l’autore.

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