In tanti ieri si sono esaltati sui social network nel vedere il titolo di apertura de L’Avvenire. Il quotidiano cattolico ha ripreso il vecchio slogan “lavorare meno, lavorare tutti” per riportare la discussione all’interno della task force chiamata a fronteggiare la crisi in corso sull’ipotesi di arrivare ad una riduzione dell’orario a parità di salario.
Gli entusiasmi si spegneranno altrettanto velocemente nell’apprendere che, come era prevedibile, gli industriali hanno detto no. È quanto è emerso al termine del tavolo tra gli imprenditori, presente per Confindustria il direttore generale Marcella Panucci, e il governo. Il ministro Nunzia Catalfo avrebbe spiegato che l’idea è permettere con specifiche intese di rimodulare l’orario di lavoro, per il periodo dell’emergenza Coronavirus, e destinare parte dell’orario a corsi di formazione, a parità di stipendio. Ma agli industriali l’idea non piace.

Lavorare meno: importanti sono il come e il chi

“Per come quella battaglia è sempre stata intesa a sinistra – osserva ai nostri microfoni Marta Fana – ha un obiettivo ma emancipatorio, ma occorre riflettere bene sul come viene attuata”.
L’economista sottolinea alcuni nodi problematici dell’applicazione della riduzione di orario a parità di salario. L’Italia, infatti, è un Paese dove c’è un alto tasso di sottoccupazione e la riduzione dell’orario, ad esempio, per i lavoratori in appalto può comportare uno svantaggio. “Quei lavoratori si vedono una riduzione dell’orario ogni volta che viene rinnovato l’appalto, ma da loro si pretende che svolgano le stesse mansioni, quindi il rischio è che aumenti il salario, ma anche lo sfruttamento”.

Al tempo stesso, dove è stata applicata, come in Germania, la riduzione è arrivata per i comparti che presentano più forza sindacale, come quello metalmeccanico.
Diverso, invece, sarebbe lo scenario per la logistica o i centri commerciali, dove una riduzione dell’orario di lavoro libererebbe effettivamente tempo di vita e migliorerebbe le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il dibattito italiano e lo scopo delle diverse proposte

Il dibattito nel nostro Paese, però, non sembra aver ancora preso in considerazione gli aspetti esplicitati da Fana, ma ruota attorno a due proposte diverse. Quella elaborata dalla task force risponde ad un bisogno di garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro, attraverso il distanziamento e le sanificazioni, che non sempre sono possibili mantenendo costantemente attiva tutta la forza lavoro. L’obiettivo, dunque, è quello di mantenere i siti produttivi sempre aperti, impedendo che si renda necessario il lockdown come è già successo.

La proposta della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, invece, prevede che le ore che i lavoratori e le lavoratrici non impiegano sul luogo di lavoro vengano destinate alla formazione.
La domanda però è chi paga? – osserva Fana – La copertura sarà in carico alla fiscalità generale o attinta dai fondi per la cassa integrazione? In entrambi i casi sarebbe comunque lo Stato a pagare”.
L’opposizione di Confindustria a queste proposte appare comunque ideologica. “Gli industriali sembrano dire – sottolinea l’economista – che devono mantenere alti i ritmi di lavoro perché non hanno macchinari adatti ad aumentare la produttività”.

Il piano di “Basta salari da fame”

Fana, insieme al fratello Simone, è autrice del libro “Basta salari da fame”, che in questi mesi, attraverso la pagina Facebook, è diventato anche un punto di riferimento e discussione politica attorno ai temi del lavoro. Ed è proprio con una diretta Facebook che, domenica 10 maggio alle 16.00, i fratelli Fana presenteranno il loro “Piano”, che ha lo scopo di rispondere alle domande “quale politica economica? Come, perché e per chi?”.

L’assunto di base è che le politiche del lavoro attuate negli ultimi anni siano risultate in efficaci. In particolare le ricette a base di sgravi alle imprese, licenziamenti, privatizzazioni ed esternalizzazioni non solo non hanno procurato alcun miglioramento nella vita di lavoratori e lavoratrici, ma si sono rivelate catastrofiche, come testimonia quanto accaduto nella sanità di fronte all’emergenza coronavirus.
A quelle fallimentari ricette Marta e Simone Fana oppongono altre strategie, i cui punti vengono sintetizzati in investimenti strategici, assunzioni, salario e riduzione dell’orario.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTA FANA: