«La crisi economica generata dalla pandemia viene fatta pagare alle categorie più fragili». Il Coordinamento Migranti denuncia lo sfruttamento dei lavoratori da parte di grandi e medie imprese.
Costretti a turni massacranti e straordinari non pagati, a lavorare anche in caso di malattia e infortunio, i lavoratori e lavoratrici migranti stanno scontando sulla propria pelle gli effetti della pandemia.

Migranti, le denunce del coordinamento di Bologna

«Gli straordinari non pagati, i soldi tolti dalla busta paga sono da sempre quotidianità, anche prima della pandemia – afferma Clemente Parisi del Coordinamento Migranti – Ma l’aumento di casi degli ultimi mesi è un indizio: i padroni stanno cercando di scaricare una parte dei costi della crisi con questi trucchi». Alcuni casi specifici sono emersi e denunciati dal Coordinamento, che ha iniziato una campagna che andrà avanti nei prossimi mesi. «Tre ragazzi richiedenti asilo, una volta usciti dall’accoglienza, hanno trovato un lavoro con una certa urgenza perché avere un’occupazione è l’unico modo per trovare una casa. Poco dopo hanno scoperto che quel contratto era falso. Quando si sono rivolti al datore di lavoro, ha cercato di cavarsela offrendogli 250 a fronte di oltre i 1400 dovuti», spiega Parisi.

Ma non sono gli unici. Le trattenute in busta paga, già frequenti prima della pandemia, sono ormai all’ordine del giorno. Un migrante, che lavorava in un’azienda edile, si è visto trattenere addirittura 3000 euro. Ci sono poi i casi di alcune migranti con figli che necessitano di orari particolari per prendersene cura, soprattutto ora che le scuole sono in parte chiuse: «Le madri lavoratrici hanno bisogno di orari che si concilino con le loro esigenze – afferma Parisi – mentre le aziende non gliele permettono o fanno un uso creativo dei piani orari: impongono di recuperare gratis le ore . Ci sono poi classici ricatti: o fai gli straordinari o vieni sostituito da altri».

Dal governo e dalle amministrazioni non ci sono state risposte «e non c’è da aspettarsele. Fin quando si modificano minimamente le leggi Salvini o si fanno regolarizzazioni truffa in cui si dà totalmente il controllo ai datori di lavoro, ma rimane intatta la legge Bossi- Fini, per avere il permesso di soggiorno devi avere determinati requisiti, la situazione resterà invariata», spiega Parisi. La legge Bossi-Fini, infatti, prevede che, per avere un permesso di soggiorno, il migrante o la migrante debba avere determinati requisiti, fra cui avere un contratto di lavoro effettivo.

«I sindacati fanno ciò che possono. Spesso i migranti si rivolgono al sindacato per questioni specifiche, perché loro hanno strumenti legali e amministrativi per risolvere specifiche vertenze», afferma Parisi. Ma il problema non è legato ai singoli casi, ma alla ricattabilità del migrante. «Lavorano per avere un documento e devono avere un documento per lavorare. Questo i datori lo sanno e lo usano a loro favore per imporre qualsiasi condizione di lavoro. Il padrone può fare “avanti un altro”: andare in un centro di accoglienza e trovare un altro migrante disponibile ad accettare», accettare condizioni di lavoro pessime e sottopagate che gli consentano un permesso di soggiorno, pagare un affitto o mantenere dei figli.

Negli ultimi mesi, il Coordinamento Migranti si è mobilitato per far conoscere a tutti le condizioni in cui riversano i lavoratori e le lavoratrici: «Il 17 ottobre siamo scesi in piazza: La richiesta, oltre all’abolizione della legge Bossi-Fini e alla chiusura dei centri come il Mattei, in cui c’è un bacino di manodopera da cui agenzie interinali e datori di lavoro possono attingere, è stata quella di un permesso di soggiorno svincolato da criteri di lavoro, reddito, logiche ricongiungimento familiare ma che non può nemmeno limitarsi ai confini nazionali. Le leggi Bossi-Fini esistono in tutti i paesi Ue, con altri nomi. Questo tipo di permesso deve essere europeo», conclude Parisi.

Matilde Gravili

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