La mattina del venerdi al Jazz & Wine of Peace si apre sul magnifico scenario del grande complesso abbaziale di Rosazzo, complesso monumentale del 1000, con la grande navata dove si svolgono i concerti. Cerimonianti gli Avant Folk del fisarmonicista Frode Haltli a capo di una nutrita compagine di musicisti tutti rigorosamente acustici.Il set gioca con la maestosità dell’ambiente circostante proponendo una lunga suite fatta di suoni rarefatti, quasi a non disturbare la sacralità del luogo. Sono i violini di Hans Kjorsad e Erlend Apneseth a tessere le prime trame musicali, supportato dalla fisarmonica del leader e dall’organo a canne suonato da Ståle Storløkken e dalla chitarra di Juhani Silvola.

Poco a poco la band norvegese cresce di intensità, immettendo nel gioco location/musica degli itineranti commenti sonori davvero efficaci, come quello della tromba di Hildegunn Øiseth o del sax di Rolf-Erik Nystrøm. Il finale è potente, quasi una catarsi della rarefazione del sound: un tema iterato e molto marcato diventa la naturale conclusione di questa grande ipnosi collettiva.

Nel pomeriggio aprono ledanze quelli del Locomotive duo con alla tastiera elettronica Giorgio Pecorig e ai fiati (sax e clarineto) Clarissa Durizzotto. Si ripercorrono tutta una serie di brani storici del jazz, dal Serenade to a Cockoo di Rahasan Roland Kirk, alle tante reinterpretazioni monkiane e ad alcuni pezzi per clarinetto dell’indimenticato Tony Scott. Set piacevole e ben eseguito.

Clarissa Durizzotto

In realtà il piatto forte della giornata è costituito dalla nutrita presenza di musicisti inglesi per quel Rinascimento britannico molto seguito dalla critica. Prima col Binker Golding’s Band e poi col solo sax di Nubya Garcia il festival si cala in questa scena nord europea.

La sera, al Teatro cittadino di Cormons arriva The Comet is Coming, una sorta di colonna sonora psichedelica tecno della catastrofe imminente. Il trio, Shabaka Hutchings: tenor saxophone Dan Leavers:  keyboards e
Max Hallet: drums subito lancia una musica estrema, tessuta dalle tastiere elettroniche, sottolineata dalla batteria e punteggiata dagli interventi del saxofono. Una sequenza quasi ininterrotta per due ore musicali dove la tecno della tastiera rimbalzava in una voce di Shabake Hutchings estremamente melodica. L’effetto in sala è potente: c’è chi subito si alza per allontanarsi da quel sabba musicale e c’è chi al contrario decreta il trionfo di questi nuovi messia (per lo più giovani, un pubblico spesso assente ai festival). Almeno per stasera l’apatia del “bene, bravo, bis” si è spezzata, a dimostrazione che c’è ancora vita su Marte. Già che siamo in temi astrali l’eresia spudorata di questa formazione è quella di solidarizzare con la cometa che impatterà in un mondo che sta svanendo decretandone la sua fine. Il count down musicale è già partito e l’impatto non è lontano.

Minimalismo rarefatto in abbazia, standars di Thelonious Monk, nuova scena britannica con tanto di tecno psichedelica, ma che festival é? Diceva il saggio: quando non sai che cosè, è jazz!