La stagione 2019- 2020 dell’Arena del Sole è intesa come un omaggio al ‘900 esplorato sia nella sua dimensione drammaturgica che letteraria.

Antonio Latella ha deciso, insieme ai suoi attori e attrici, di scendere nelle profondità del testo del premio Nobel John Steinbeck La valle dell’Eden, considerato, secondo le note dell’ adattatrice Linda Dalisi, come “una versione americana moderna della Bibbia”.

La compagnia ha lavorato seguendo la metodologia del rabdomante Hamilton: hanno scavato, trivellato il testo come a ricercare l’acqua nelle sue profondità per estrarre risposte a domande eterne degli esseri umani. Cosa vuol dire avere fede? Come si sceglie la strada da intraprendere per perseguire il bene e rifuggire dal male?

I personaggi del romanzo assurgono a figure bibliche, mitologiche e narrano, attraverso vicende tutte umane, una moderna cacciata dell’uomo dall’Eden per il marchio che porta addosso del peccato originale, che non è quello di Adamo, ma piuttosto di Caino ed è legato all’invenzione dell’interesse, insieme al faticoso percorso per riconquistarlo.

La modalità di rappresentazione scenica della narrazione letteraria scelta da Latella è, per così dire, anti teatrale. Il regista ha voluto confrontarsi con la letteratura senza spettacolarizzarla per tentare di arrivare all’essenza della parola illuminando pagine del romanzo che parlano di padri, figli, gemelli, madri assenti che rinnegano i propri figli e terre fertili che partoriscono pietre e non producono frutto.

Al centro della scena è stato posto il desco familiare attorno al quale si costruiscono e distruggono rapporti. Distruggendo una delle “regole” teatrali, la maggior parte del tempo i personaggi sono seduti al tavolo con le spalle al pubblico e recitano, come si suol dire “di nuca”. Il procedimento crea distanza tra lo spettatore e i personaggi, allontana la parola detta dall’immedesimazione empatica per arrivare forse direttamente all’intelletto, alla razionalità dello spettatore o spettatrice, per essere esaminata, dissezionata, trivellata come la terra della valle californiana acquistata da Adam dopo l’abbandono della casa paterna e del fratello Charles nel Connecticut.

Adam per tutta la durata del primo atto dello spettacolo, non si volta mai verso gli spettatori, mantiene sempre la posizione seduta di schiena al pubblico. Altri personaggi invece alternano posizioni di schiena con posizioni frontali. Non è questo dare le spalle che in realtà urta lo spettatore quanto piuttosto la simbolicità criptica di alcuni gesti rituali e la lentezza di gran parte di questo primo atto andato in scena in questi primi giorni di rappresentazione (il secondo atto andrà in scena dal 9 novembre alternandosi ancora con maratone del primo atto fino al 17 novembre).

Il ritmo è terribilmente lento e faticoso in molte scene e lo spettacolo sembra prendere davvero vita solo in una splendida mezz’ora poco dopo il primo intervallo quando in scena compaiono due straordinari attori: Massimiliano Speziali, nei panni del cinese Lee e Michele di Mauro in quelli di Samuel Hamilton. Straordinaria è l’interpretazione che i due attori fanno dei loro rispettivi personaggi e si ha l’impressione di assistere a un momento di grande teatro.

Insopportabili risultano, almeno al mio orecchio, i suoni dello spettacolo creati da Franco Visioli e invece interessante la scelta acustica dell’interprete del personaggio voce dell’autore, affidata a Candida Nieri: voce cullante e tranquillizzante, deliziosamente accattivante che si presenta in tailleur rosa e tacchi alti, impegnata, nei momenti in cui non è chiamata a raccontare, a fare la maglia utilizzando, in modo forse ironico, lo stereotipo espresso dallo stesso Steinbeck, della brava donna di casa dedita a cucire, fare la maglia o rammendare, stereotipo per altro contraddetto da Cathy (interpretato da Elisabetta Valgoi), moglie di Adam Track, la quale appare come un demonio incapace di empatia e priva di senso materno tanto da abbandonare i propri gemelli subito dopo il parto.

Nel romanzo, anno di pubblicazione 1952, e di conseguenza nella rappresentazione di Latella, le donne non vengono certo rappresentate in modo positivo, né può piacere ad un pubblico femminile o maschile odierno, che sia femminista, l’opinione espressa dall’autore, attraverso i suoi personaggi, sul ruolo sociale della donna. Al netto di questa considerazione, è interessante l’interpretazione che Valgoi fa di Cathy rendendola quasi come una mantide religiosa, una femmina animale che si accoppia e procrea senza alcun interesse a curarsi della propria prole nè a mettere su casa.

Al termine della maratona del primo atto si esce dal teatro forse con la curiosità di tornare al romanzo, di rivedere il film di Elia Kazan con uno splendido James Dean, ma resta un retrogusto di pesantezza per i tempi eccessivamente larghi staccanti nella sinfonica alternanza dei ritmi delle diverse scene rappresentate da Latella. Il ricordo della stanchezza di quei tempi larghi non si cancella neppure dopo l’allegro con brio dei dialoghi già menzionati tra Mr Hamilton e lo straordinario personaggio di Lee che assume su di sé lo stereotipo del cinese emigrato in America perché se parlasse un perfetto inglese e sfoggiasse la sua cultura universitaria i bianchi americani non lo capirebbero e per questo sceglie con volontà la posizione di servitore per riuscire a comandare il proprio padrone senza che egli se ne accorga.

L’operazione sul romanzo è sicuramente interessante e la compagnia ha dei componenti molto validi. La scelta dei microfoni ad archetto stile musical non entusiasma e forse averlo ha rilassato troppo Emiliano Masala che non si è premurato di battere nessuna delle finali del suo monologo d’apertura tanto che la maggior parte delle parole non si sono proprio percepite. Complessivamente è un progetto in parte riuscito e che potrebbe anche rodarsi con la tournée rendendo la decisione di tornare a vedere la maratona del secondo atto, meno sofferta.