Dal Consiglio di martedì scorso sulla crisi afghana l’Europa è uscita con una soluzione che ormai contraddistingue le sue politiche migratorie da molti anni a questa parte: da un lato l’assistenza di profughi e rifugiati nei Paesi limitrofi all’Afghanistan, dall’altro il rafforzamento delle frontiere. In altre parole, l’Ue cerca di fare di tutto per non portare un problema che ha contribuito enormemente a generare sul proprio territorio, limitando l’accoglienza dei rifugiati ai casi di estrema vulnerabilità.

Frontiere e Paesi limitrofi: così l’Ue pensa di gestire i rifugiati afghani

La posizione dell’Ue è sintetizzabile nelle parole della commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson: «Bisogna aiutare gli afghani in Afghanistan».
Nel testo finale del summit di martedì scorso si legge che l’Ue continuerà il dialogo con i Paesi terzi, in particolare i Paesi vicini e i Paesi di transito che ospitano un gran numero di migranti e rifugiati «e rafforzerà il suo sostegno nei loro confronti allo scopo di potenziare le loro capacità di offrire protezione, condizioni di accoglienza dignitose e sicure e mezzi di sussistenza sostenibili ai rifugiati e alle comunità ospitanti».
E ancora: l’Ue collaborerà inoltre con tali Paesi per «prevenire la migrazione illegale dalla regione, rafforzare la capacità di gestione delle frontiere e prevenire il traffico di migranti e la tratta di esseri umani».

«La posizione espressa dal Consiglio d’Europa è sconcertante, ma anche contrario agli interessi dell’Unione Europea – afferma ai nostri microfoni Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà ed esponente dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione – Non basta dire “chiudiamo la porta” e il non gestire le crisi significa poi doverle gestire a prezzo più alto».
Per Schiavone, la posizione espressa dal Consiglio è la negazione del diritto d’asilo, ma anche dell’identità stessa su cui si fonda l’Europa ed è il sintomo di grande incapacità e di ottusità.

Del resto, proprio l’Unione Europea ha potuto verificare il fallimento della strategia che ha già adottato in passato, in particolare con l’accordo con la Turchia nel 2016. Un accordo che ha messo nelle mani autoritarie di Erdogan un arma di ricatto proprio nei confronti dell’Europa.
«Stiamo continuando coi tentativi di scaricare le nostre responsabilità a Paesi terzi – osserva Schiavone – Alcuni di questi Paesi hanno già un carico pazzesco di rifugiati, come il Pakistan o l’Iran di cui si parla, che complessivamente accolgono già 2,8 milioni di afghani».

Il problema però non si risolverà, le persone si sposteranno comunque, anche se con maggiori sofferenze e molti più morti, e rafforzando la capacità d’azione della criminalità organizzata. «È evidente che laddove non ci sono canali di ingresso regolari ci sono altre offerte – sottolinea l’esponente di Asgi – Quando si dice che si vuole combattere il traffico di esseri umani, beh, noi stiamo facendo l’esatto opposto: lo stiamo alimentando a tal punto che siamo i principali attori del traffico internazionale».

Il Consorzio Italiano di Solidarietà è attivo a Trieste, punto terminale della rotta balcanica, un osservatorio importante per quello che avviene alle frontiere europee. I profughi afghani stanno transitando da molto tempo su quella rotta e diversi Stati europei li hanno semplicemente respinti, come ora sta facendo la Croazia verso la Bosnia.
«Il paradosso è che magari vogliamo attivare corridoi umanitari per andare a prendere i profughi afghani – evidenzia Schiavone – Ma se quelle stesse persone si presentano alle frontiere dell’Europa noi le respingiamo».

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIANFRANCO SCHIAVONE:

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