Sivia Romano è libera e la bellissima notizia ha riempito di autentica emozione quante e quanti, in questi lunghissimi mesi, hanno seguito con apprensione il rapimento e le incertezze sulla sorte della giovane cooperante italiana.
In un Paese ancora ammaccato dalla pandemia, dove la paura, le difficoltà e la solitudine hanno piegato anche gli animi più forti, la comunicazione data dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha sprigionato energia e gioia, quasi una catarsi collettiva.

A guastare la festa, come sempre, sono arrivati i commenti degli haters, che invece di gioire per una vita salvata non hanno rinunciato a vomitare la propria frustrazione sui social network. La questione del presunto e probabile riscatto pagato per la liberazione di Silvia è stato l’argomento prediletto e non pochi hanno adottato la formula retorica dei soldi che potevano servire ad altro.
È interessante provare ad analizzare la psicologia di questi soggetti, perché il loro odio si riversa su obiettivi piuttosto precisi ed è indice di qualcosa di più di bislacche convinzioni personali.

Silvia Romano: gli improvvidi opinionisti

Ad aprire le danze mesi fa, quando ancora Silvia era nelle mani dei rapitori e non si avevano notizie certe sul suo stato di salute, fu Massimo Gramellini nella sua rubrica quotidiana in cui dispensa opinioni su tutto lo scibile umano. Il titolo (“Cappuccetto Rosso”) e tutta la prima parte del pezzo hanno giustamente sollevato indignazione e critiche, che lo stesso giornalista ha provato, senza riuscirci, a rigirare seguendo lo schema mainstream degli acculturati incompresi da un popolo di persone che non sanno leggere o non capiscono un testo complesso.

L’incipit del commento di Massimo Gramellini.

In realtà, il commento con il quale Gramellini intendeva difendere la cooperante – almeno secondo le sue spiegazioni a posteriori – era intriso di paternalismo e di un pensiero piccolo-borghese e cerchiobottista. Nella sua narrazione, Silvia sarebbe stata una giovane entusiasta ed ingenua alla ricerca di emozioni forti che, con la “smania” di altruismo si è messa in pericolo, ma soprattutto sarebbe costata allo Stato italiano ingenti risorse dei contribuenti. Al contrario, meglio avrebbe fatto la giovane ad aiutare i poveri nostrani, perché si sa che il cripto-nazionalismo del “prima gli italiani” vuole essere legge e scegliere anche i destinatari della nostra generosità.

Il pater familiae Gramellini non è nemmeno stato sfiorato dal pensiero che Silvia Romano potesse aver scelto in modo consapevole e maturo la sua strada, che lo abbia fatto dopo un’accurata formazione e che non è certo un giornalista un po’ bigotto a decidere dove, quando e come le persone possono scegliere di svolgere un’azione solidaristica. Il fatto di essere giovane, donna e altruista per questa tipologia di pensiero è ragione sufficiente per esprimere critiche o sbeffeggiare, anche quando si vorrebbe parteggiare ed esprimere vicinanza. Un po’ come il padre che, assistendo la figlia che si è fatta male cadendo, non risparmia la ramanzina e i “te l’avevo detto”.

La psiche di chi odia chi aiuta gli altri

Oltre all’improvvida uscita del giornalista, però, vi sono altri commenti che meritano attenzione. Sono quelli che si manifestano nel cinismo più crudo e ignorante, che non mette mai la vita e il diritto alla vita prima di interessi personali o nazionali, prima del vil danaro.
Anche su questi, però, occorre approfondire. Innanzitutto perché non si manifestano in tutte le circostanze che riguardano il sequestro di un nostro connazionale all’estero. Se a finire nelle mani di rapitori sono militari o manager di multinazionali, magari petrolifere, ecco che la narrazione cambia, passando dal “te la sei andata a cercare” al “sei un eroe”. Andare a sparare o a fare affari, per questa psiche, è dunque più nobile e giusto di andare ad aiutare. Provocare morte e rivalse o depredare a poco prezzo le materie prime di altri Paesi è più accettabile che andare a costruire un pozzo o una scuola.

Potremmo dunque dire che il problema non è il trovarsi all’estero per la propria attività, ma è l’attività stessa. Tutto ciò che è solidarietà e altruismo è avversato. Il problema per questi haters è esattamente che Silvia si trovasse in Africa per ragioni diverse dal combattere una guerra o dal gestire un giacimento petrolifero. Il problema è che stava aiutando e costruendo pace.
L’argomento “poteva farlo in Italia” è uno specchietto per le allodole. Oltre ad essere in contraddizione con l’altro motto – “aiutiamoli a casa loro” – ogni volta che la solidarietà verso gli ultimi, che siano migranti o senzatetto, si è manifestata nel nostro Paese ha incontrato comunque forme di ostacolo e criminalizzazione. Qualcuno ricorderà l’ordinanza del sindaco di Ventimiglia con cui si multava chi offriva cibo o acqua ai migranti bloccati alla frontiera, quasi come quelle persone fossero animali di uno zoo che non bisognava pasturare. Qualcuno ricorderà la dura repressione contro le ong che salvavano vite nel Mediterraneo e qualcuno ricorderà le denunce a chi dava sostegno a persone senza casa.

Il problema, dunque, sono la povertà – considerata come una colpa – e la solidarietà. E le ragioni di tanto odio sono da ricercare nelle pieghe del nostro modello di sviluppo. La povertà e il suo contrasto attraverso la solidarietà, infatti, sono la manifestazione più visibile del fallimento del nostro sistema economico e i suoi sostenitori, diretti o subalterni, vanno letteralmente su tutte le furie quando il loro dogma ideologico viene messo in discussione.
Il problema di chi odia una giovane donna altruista, cosmopolita, autodeterminata e libera è proprio la subalternità, il servilismo degli frustrati che si prostrano davanti ai soldi e al potere che non hanno.