L’allarme sta circolando ormai su diversi canali, ma non è una fake news né una paranoia distopica: il perdurare dell’emergenza sanitaria e sociale in atto potrebbe creare serie e crescenti difficoltà per l’approvvigionamento alimentare. A dirlo sono direttamente alcune associazioni agricole, che sottolineano come le misure restrittive provocano, ad esempio, serie difficoltà a reperire la manodopera necessaria per la raccolta degli ortaggi. Ciò non significa necessariamente che gli italiani rimarranno senza cibo, ma di sicuro quella che è messa in serio pericolo è la nostra sovranità alimentare.

Sovranità alimentare: un altro nodo che viene al pettine

Sono tante le contraddizioni che l’emergenza coronavirus ha portato alla luce e tutte dipendono dal nostro modello di sviluppo. Tra queste troviamo senz’altro una questione che attiene ai bisogni primari, l’alimentazione.
Il modello agricolo industriale su cui è basato l’approvvigionamento di cibo italiano (e non solo) sta dimostrando di essere fragile e di avere diversi punti di strozzatura lungo le lunghissime filiere che genera. Questo si può trasformare in un rallentamento della produzione e distribuzione alimentare.

I problemi principali sono tre, come spiega ai nostri microfoni Pierpaolo Lanzarini, agricoltore di Campi Aperti, associazione di produttori biologici contadini.
“Le limitazioni agli spostamenti e la chiusura delle frontiere per fronteggiare l’epidemia sta provocando una carenza di manodopera a basso costo, spesso di origine straniera, su cui si basa l’agricoltura industriale”, osserva Lanzarini. Ciò significa che centinaia di migliaia di braccianti stranieri, che si muovevano in base alla stagionalità dei prodotti, non arriveranno in Italia per lavorare nelle nostre campagne, sia a causa delle limitazioni, sia per la paura del contagio. “In Spagna i braccianti marocchini sono tornati in patria per paura di rimanere bloccati”, aggiunge l’agricoltore.

L’altra faccia della medaglia, però, si ritrova nelle condizioni di vita e di lavoro di queste persone. Detto senza fronzoli: l’agricoltura industriale italiana si regge su lavoratori stranieri e questo spesso è accompagnato da fenomeni di sfruttamento e caporalato. Paghe bassissime e pochi diritti per consentire alla Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) di garantirsi alti margini di profitto sulle merci, pagate pochissimo ai produttori.

Il secondo fattore riguarda la lunghezza delle filiere e il loro concatenamento, che le espone a possibili strozzature. “Ho avuto notizia di un produttore di uova – racconta l’esponente di Campi Aperti – che non riusciva a consegnare il prodotto perché non gli arrivavano gli imballaggi, i cartoni”. Più lunga è la filiera, più un problema ad un singolo anello della catena rischia di bloccare tutto il processo.
Il terzo problema riguarda la dipendenza dall’estero. “Ci sono grandi produttori di grano, come la Russia – osserva Lanzarini – che stanno diminuendo le esportazioni perché, non sapendo cosa succederà in futuro, stanno pensando di fare delle scorte”. Non essere autosufficienti o vicini all’autosufficienza per ciò che riguarda il cibo significa perdere la propria sovranità alimentare.

Una questione di modelli

L’agricoltura industriale non è l’unico modello possibile, né nella normalità né durante questa emergenza. Il modello adottato dal mondo occidentale è solo uno di quelli possibili, mentre secondo i rapporti della Fao l’approvvigionamento alimentare nel mondo è garantito all’80% dall’agricoltura di prossimità.
Da tempo in Italia esistono associazioni agricole che rivendicano un altro approccio, quello appunto dell’agricoltura contadina e di prossimità, che stipula veri e propri patti tra città e campagne basati proprio sulla sovranità alimentare. Tra queste troviamo proprio Campi Aperti, il cui lavoro sulla città di Bologna ha già due decenni di vita. “L’agricoltura di prossimità, su piccola scala, è più rapida nell’adattarsi e nel far fronte a problemi come quello che stiamo vivendo – osserva Lanzarini – Ovviamente in questo momento non siamo in grado di fornire i volumi che fornisce l’agricoltura industriale, ma questo dovrebbe convincerci a rivedere il nostro modello e a investire sull’agricoltura di prossimità”.

Nei giorni scorsi Campi Aperti ha lanciato una petizione per chiedere la riapertura dei mercati rionali, principale canale distributivo di questo metodo di produzione agricola. Le autorità, però, hanno rifiutato, sostenendo che nei mercati gli assembramenti di persone sono più difficili da evitare e la sicurezza è più difficile da garantire.
I mercati fissi, come quelli in muratura, però, continuano ad essere operativi come dimostra ciò che accade in via Pescherie Vecchie a Bologna (vedi la foto).

La situazione in via Pescherie Vecchie a Bologna sabato scorso. Foto: Alessandro Savino

Tra le precauzioni che Campi Aperti era disponibile a farsi carico affinché i mercati potessero svolgersi in sicurezza, c’erano le misure che attualmente vengono adottate dai supermercati, come l’ingresso contingentato, la cartellonistica e la presenza di facilitatori per fare in modo che le persone rispettino il distanziamento sociale.
“Stupisce che l’efficacia delle ordinanze non venga sottoposta a verifica – osserva l’agricoltore – Nei supermercati si registrano lunghe file all’esterno, mentre all’interno c’è poco ricambio di aria, le corsie sono strette e la merce viene toccata da più mani, aumentando il rischio del contagio”.
La filiera cortissima dell’agricoltura di prossimità, invece, garantisce che la merce venga toccata da pochissime persone e, all’aperto, il distanziamento sociale è più facile da ottenere.

Il Tinder della Verza

Dopo un primo tentativo di mettere in piedi un sistema di consegne a domicilio, Campi Aperti si è resa conto che le consegne individuali non sono sostenibili per una piccola rete di produttori contadini. Il tempo e il costo dei trasporti pesano enormemente su piccole realtà agricole.
Con l’inventiva e la creatività, Campi Aperti ha deciso di mettere in campo una soluzione originale, che ha ironicamente definito il “Tinder della Verza”.
Emulando il meccanismo dell’app per incontri sentimentali, chiunque può cercare un/una partner nelle proprie vicinanze ed organizzare così una consegna collettiva.

“Vi chiediamo se vi è possibile scegliere una ‘consegna solidale’, cercando nelle vostre immediate vicinanze (stesso condominio o medesima via) 5 o più persone che come voi, ordinino una cassetta di prodotti – scrive Campi Aperti rivolgendosi ai co-produttori, che sono gli acquirenti dei loro prodotti – Il vostro aiuto sarà quello di permetterci di consegnare più cassette in un unico civico. Chi ha deciso di far avvenire nel proprio civico la consegna solidale, contatterà, all’arrivo del corriere, le persone che hanno condiviso l’ordine. Queste ultime si recheranno presso il civico in cui è stata effettuata la consegna, rispettando le distanze e precauzioni di sicurezza”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A PIERPAOLO LANZARINI: