La semplificazione a cui è stato ridotto il dibattito italiano attorno alle statue non rende giustizia ad un tema che invece merita una riflessione articolata e un’importante attenzione.
Come spesso accade in quest’epoca di like/dislike, la discussione si è polarizzata e dicotomizzata tra “statue sì” e “statue no” e le principali vittime di questa narrazione sono come al solito la complessità e il pensiero critico.
In realtà attorno alla monumentalistica si intrecciano questioni che attengono alle politiche della memoria e alla semiotica dello spazio pubblico, la cui portata non è semplificabile nel tifo e nello scambio di accuse tra opposte fazioni.
Il punto non è una gara tra “difensori acritici di pedofili razzisti” o “fondamentalisti censori”, come le rispettive fazioni bollano quelle opposte. E ricorrere al benaltrismo (“ci sono problemi più seri”) o alla minimizzazione (“quelle statue non le guarda nessuno”) significa semplicemente rimuovere il problema.

Simboli: la funzione politica

L’impressione è che molti di coloro che sono intervenuti nel dibattito siano digiuni della materia che commentano e ciò riduce inevitabilmente la discussione stessa ad un livello infimo.
Il tema, invece, merita grande attenzione perché riguarda l’immaginario collettivo e i valori di cui è intriso: sufficienti elementi per condizionare dinamiche sociali e politiche.
Se non fosse chiaro nel contesto italiano, si prenda ad esempio il caso dell’ex Jugoslavia. L’accordo di Dayton che mise fine alla “guerra fratricida” stabilì un assetto istituzionale tripartito in base all’etnia. Ciò ha istituzionalizzato il pretesto su cui si è fatto leva per agitare il nazionalismo e condurre la guerra stessa, cioè presunte differenze etniche sottolineate in un contesto dove per secoli aveva invece regnato la convivenza e la mescolanza.
Attorno alla memoria della guerra, ma anche attorno ai simboli della precedente era titina, si sta conducendo una vera e propria battaglia etnica che ripercorre le divisioni che caratterizzarono il conflitto. Serbi, bosgnacchi e croati hanno ciascuno i propri simboli, i propri monumenti e le proprie ricorrenze a cui spesso non partecipano le autorità delle altre etnie.

Questo esempio è sufficiente a comprendere che la memoria non è un territorio neutro, ma è un campo in cui si fa attivamente politica.
La sua manifestazione più evidente risiede proprio nelle statue e nella toponomastica, che invadono lo spazio pubblico e lo significano. Proprio come gli affreschi con scene dell’inferno all’interno delle chiese hanno giocato storicamente un ruolo nel costruire l’immaginario dei fedeli e nel “persuaderli” a rispettare i precetti delle autorità ecclesiastiche, i nomi delle vie e i monumenti nelle piazze contribuiscono a costruire l’immaginario di chi le attraversa.

Chi sostiene che rimuovere una statua significa tentare stupidamente di rimuovere il passato dice una fesseria. Perché, come sottolinea efficacemente Alessandro Portelli sul Manifesto, la statua non serve a ricordare il passato, ma a celebrarlo.
C’è un’enorme differenza, ad esempio, se la statua è collocata in una piazza o se è collocata in un museo. Nel secondo caso sono possibili una contestualizzazione, una spiegazione ma anche una valorizzazione storico-artistica dell’oggetto che solitamente mancano nel primo caso.
Chi non coglie questa differenza sta semplicemente utilizzando argomentazioni storico-artistiche per celare invece una propria adesione ai simboli incarnati dalla statua che difende.

Pretendere che ciò che compone l’arredo urbano risponda a rigidi criteri etici, dunque, non significa essere talebani, iconoclasti o oscurantisti.
Può al contrario significare aver fatto i conti con il proprio passato e rifiutare le atrocità compiute da avi con la stessa nazionalità. In altre parole, è un sano esercizio anti-nazionalistico, teso a ripulire dalla tossicità simbolica lo spazio pubblico.
L’obiezione sensata a questo discorso riguarda contesti in cui l’etica viene stabilita da autorità religiose o politiche che considerano immorale la diversità, come ad esempio l’omosessualità. È chiaro, dunque, che il ragionamento può funzionare solo in paesi pienamente democratici e laici.

Tuttavia non è detto che la rimozione dei simboli che inquinano lo spazio pubblico sia sempre la migliore soluzione. Il proverbio “occhio non vede cuore non duole” non va bene per ogni situazione.
Come giustamente fa notare lo scrittore Wu Ming 2, che in questi anni ha animato il percorso bolognese di Resistenze in Cirenaica, alcune volte può essere più giusto ed efficace integrare e modificare invece che rimuovere. Ad esempio se la tendenza istituzionale è quella di minimizzare o negare i crimini coloniali italiani, una buona risposta potrebbe essere quella di intervenire sulle targhe che indicano vie cittadine integrando il messaggio. Ad esempio “Via Libia” potrebbe diventare “Via Libia, luogo dei crimini del colonialismo italiano”.

In definitiva stiamo parlando di strategie che spingono alla riflessione e all’approfondimento. Uscendo dalla logica della delega in cui è scivolata la democrazia rappresentativa e rivendicando invece la partecipazione collettiva nei processi decisionali che attengono anche la composizione dello spazio pubblico.
Il gioco è tutto qui ed ha una portata non trascurabile: se la comunità negozia e discute i valori di cui è portatrice, il cambiamento verso il progresso è possibile. Se la comunità subisce passivamente le politiche della memoria o quelle dello spazio urbano pubblico, è difficile che si presenti autonomamente un potere non conservatore.