Negli Stati Uniti continua a divampare la rivolta contro il razzismo della polizia nei confronti degli afroamericani, che la settimana scorsa ha portato all’uccisione di George Floyd.
Gli abusi in divisa negli Usa continuano a concentrarsi contro i neri e la rabbia che si sta manifestando in questi giorni vede nell’omicidio di Floyd soltanto la goccia che ha fatto traboccare un vaso di discriminazionI e violenze sistemiche ai danni degli afroamericani.

Tuttavia le manifestazioni e le proteste non sono agite solamente da neri, ma nutrita è la presenza anche di bianchi ed ispanici. Oltre alla solidarietà contingente, questo particolare suggerisce che c’è una consistente fetta della popolazione che va dritto al nocciolo della questione: il razzismo istituzionale, ideologico e concettuale, che permea la società americana (in questo caso) e si traduce poi nell’accanimento poliziesco contro gli afroamericani, ma anche in tassi di disoccupazione, carcerazione ed altre discriminazioni che giocano a sfavore dei neri.
Lo ha spiegato molto bene Kareem-Abdul Jabbar, ex leggenda della Nba, in una rubrica pubblicata sul Los Angeles Times (qui la traduzione).

All’interno della vicenda americana c’è un fatto di non poco conto per inquadrare bene il problema. Si tratta del tweet con cui il presidente Donald Trump ha annunciato l’inserimento degli antifascisti nella lista nera dei terroristi.
Trump ha capito bene quali sono le cose di cui avere paura. Il tycoon con forti tendenze autoritarie si sta rendendo conto che nell’unione di Stati di cui è al comando c’è una fetta consistente di persone che non accetta la sopraffazione, sia perché è stanca di subirla direttamente, ma anche se non la riguarda in prima persona.

Trump antifa
Il tweet di Donald Trump

Violenza della polizia: la storica opposizione italiana

Se si cambia il contesto cambiano le manifestazioni del problema della violenza della polizia. La questione razziale è centrale negli Stati Uniti, ma anche l’Europa e le sue politiche migratorie non sono da meno. Nel Vecchio Continente negli ultimi anni l’uso della forza nei confronti di persone nere si è manifestato lungo i confini interni (Ventimiglia, Calais, ecc…) e ai confini esterni (Mediterraneo, rotta balcanica, ecc…).
Tuttavia, quando si parla di violenza poliziesca, da noi esistono altre componenti e ciò è dovuto anche al fatto che, ad esempio in Italia, la popolazione nera ha una presenza relativamente recente.
Ciononostante anche in Italia esistono violenze poliziesche che hanno bersagli diversi, ma una matrice comune: l’autoritarismo.

Le battaglie contro l’autoritarismo hanno una lunghissima storia. Solo nell’Italia repubblicana si contano diverse stagioni contraddistinte dal rifiuto dell’idea repressiva per la gestione del potere e della cosa pubblica.
Un momento saliente si è visto all’inizio degli anni Settanta, quando i Proletari in Divisa (Pid), costola giovanile di Lotta Continua alle prese con il servizio di leva, aprì il tema della democratizzazione delle forze armate. Contestualmente le battaglie non-violente di giovani che rifiutavano la naja – e che per questo venivano incarcerati – portò alla legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare, prima di giungere molti anni dopo alla sua abolizione.

Uno dei “padri” della battaglia per l’obiezione di coscienza e contro il militarismo è Valerio Minnella, che abbiamo raggiunto.
“Io nel 1970 ho fatto obiezione di coscienza – ricorda Minnella – e fui il primo a farla pubblica, perché prima i giovani si sottraevano alla naja non presentandosi, ma non se ne sapeva nulla. Io ne volli fare una questione politica”.
L’obiezione ai tempi veniva considerata diserzione e per questo tutti i giovani che obiettavano finivano in galera. La battaglia pubblica, però, portò ad una crescita esponenziale di chi obiettava: prima decine, poi centinaia al punto che il Parlamento dovette emanare la legge sull’obiezione di coscienza perché non riusciva più a gestire i giovani nelle carceri.
“La riflessione che nacque a quei tempi fu che le forze armate e le forze di polizia sono irriformabili, perché non può esistere democrazia all’interno di un sistema gerarchico dove c’è chi comanda e chi obbedisce”, sottolinea Minnella.

Un’altra stagione nacque in seguito alla “macelleria messicana” del G8 di Genova, quando il tema della democratizzazione delle forze dell’ordine venne ripreso da molteplici prospettive.
Da un lato si rifletteva sul tipo di formazione che giovani come Mario Placanica, colui che sparò a Carlo Giuliani, ricevevano quando cominciavano a fare quel mestiere. Durante quei giorni del luglio 2001, del resto, nelle caserme dove alloggiavano gli agenti – ad esempio Bolzaneto – si sentiva cantare “Uno, due, tre, viva viva Pinochet”.
Dall’altro lato si chiedeva un codice alfanumerico sulle divise delle forze dell’ordine, in modo da poterle identificare a posteriori qualora si fossero macchiate di abusi durante le operazioni di ordine pubblico.
“Questa è stata una battaglia che la società civile ha perso – osserva Minnella – tanto è vero che quel codice sulle divise non c’è”.

Poi ancora, dalla seconda metà degli anni Duemila, con le uccisioni di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva ed altri ancora, la questione della violenza della polizia ben oltre i limiti ufficialmente fissati dall’esercizio delle loro funzioni acquistò faticosamente – tra il fango della politica sulle vittime, l’omertà cameratesca e i depistaggi nell’Arma e talora una certa difficoltà dei media ad andare oltre le versioni ufficiali delle questure – un peso e una diffusione nelle coscienze dell’opinione pubblica tali da riuscire quasi miracolosamente ad incidere nelle aule giudiziarie.

Il bilanciamento dei poteri

La prospettiva con cui Minnella e altri che hanno condotto battaglie insieme a lui nei decenni approccia il tema è una prospettiva libertaria.
Essendo le forze dell’ordine lo strumento deputato dal potere all’utilizzo della forza, non possono esistere poliziotti buoni, come ebbe a scrivere dopo l’omicidio di Carlo Giuliani.
“Una parvenza di democrazia – riflette ai nostri microfoni – può esserci solo dove esiste un’opposizione. Dove l’opposizione muore, muore la democrazia”.

“Il problema è che la polizia è specchio della società – osserva ancora Minnella – quindi più la società è democratica più c’è la possibilità di controllare. Non certo di rendere democratici i sistemi di polizia, ma di renderli accettabili”.
Gli sforzi e le energie di chi si oppone all’autoritarismo, dunque, dovrebbero essere concentrati sul bilanciamento dei poteri.

ASCOLTA L’INTERVISTA A VALERIO MINNELLA: